Sigfrido Ranucci ha un problema con il giornalismo e la libertà di stampa. Dice di essere vittima di una “character assassination” che “non ha precedenti nella storia del nostro paese, ma forse anche a livello mondiale” (Ranucci è sempre misurato). Ma ogni giorno attacca sui social un giornalista colpevole di aver dato una notizia, dandolo in pasto al suo milione di seguaci. “Ennesimo falso di Libero. I contenuti dell’intervista furono concordati e dettati da me. E revisionati da me”, scrive. Ma Libero non s’è inventato nulla. Giacomo Amadori, uno dei più bravi giornalisti d’inchiesta, scrive che l’ex compagna di Valter Lavitola, Natalia Potenza, ha riferito ai pm che l’intervista di Ranucci a un giornale dello Zimbabwe per difendere gli interessi del suo amico-attentatore “l’ha scritta Lavitola, che poi l’ha inviata a Ranucci”. Amadori descrive le prove consegnate dalla Potenza agli inquirenti sulla genesi dell’intervista. Non si sa se sia davvero andata così, ma non è una fake news. Forse la Potenza ha detto il falso ai pm, ma Amadori ha scritto il vero quando ha riportato ciò che la donna ha detto ai pm.
Oltre a bollare qualsiasi notizia sull’evoluzione delle indagini come “fake news”, Ranucci aggiunge offese o discredito su giornali, editori e giornalisti. “Ennesimo falso di Open. Non ho mai avuto interessi nelle attività di Valter Lavitola, figuriamoci nelle terre rare – dice in un post Ranucci –. A scrivere di presunti miei interessi, su Open, è Alessandro D’Amato che in un’intervista ha dichiarato di aver preso soldi per scrivere un libro finalizzato a ripulire la reputazione di Lavitola”. Ancora una volta: l’articolo riportava che le indagini dei pm si stavano indirizzando sul business delle terre rare in Africa, notizia apparsa la mattina su tanti altri giornali (dal Corriere della Sera al Messaggero). Perché delegittimare un giornalista per i rapporti professionali con Lavitola, che peraltro sono meno stretti di quelli tra Sigfrido e l’“amico fraterno” Valter?


