Settecento voli saltati fra arrivi e partenze in quattro giorni (destinati ad aumentare), con migliaia di passeggeri in balìa dell’Etna e un sistema aeroportuale andato in tilt, non bastano ai commissari dei principali partiti del centrodestra per ammettere che la gestione della crisi è un fallimento. Per Luca Sbardella e Nino Minardo guai a prendersela con la Sac. Il commissario regionale di Fratelli d’Italia ha parlato di «sforzi sovrumani» e ha assicurato che il sistema aeroportuale siciliano «non è allo sbando». Quello di Forza Italia ha certificato che «Sac e Regione Siciliana stanno lavorando con grande impegno» e che chi opera sul campo «merita rispetto, non processi sommari».
Nessuno pretende che Nico Torrisi, amministratore delegato della società di gestione, vicino al presidente Schifani e a Forza Italia, tappi i crateri con le mani. Ma il vulcano sta lì da qualche centinaio di migliaia di anni e le ricadute di cenere su Fontanarossa non costituiscono una novità dell’estate 2026. Per questo, quando centinaia di voli vengono cancellati o dirottati, non ci si può attaccare alla fatalità. E le domande diventano lecite: sulla capacità di predisporre alternative, collegamenti efficienti fra gli aeroporti, procedure capaci di assorbire almeno una parte dell’emergenza e un’assistenza all’altezza del quinto scalo italiano per traffico.
Queste domande, a Catania, Forza Italia se le è poste da sola. Il capogruppo azzurro al Consiglio comunale, insieme ai colleghi di Mpa e Lega, ha accusato la governance della Sac di non essere stata capace di preparare lo scalo a un fenomeno «del tutto prevedibile», giudicandola inadeguata. Poi è arrivato Minardo, commissario regionale dello stesso partito, a fare da pompiere, spiegando che non è il momento delle responsabilità ma delle soluzioni.
Sbardella e Minardo sembrano avere sviluppato la stessa curiosa concezione del proprio incarico. Sono stati mandati in Sicilia alla guida dei due principali partiti del centrodestra – Fratelli d’Italia e Forza Italia – in una fase in cui si parla continuamente di rinnovamento, questione morale, selezione della classe dirigente e nuovi metodi. Ma ogni volta che qualcuno prova a spostare un mobile, loro corrono a rimetterlo dov’era. Sono i commissari dello status quo. I sacerdoti dell’immobilismo, i custodi premurosi di tutto ciò che già esiste. Conservatori, nel senso più letterale del termine.
Se fuori dalla finestra qualcuno propone qualcosa di nuovo, la prima reazione è verificare che porte e finestre siano chiuse. È accaduto con Carolina Varchi. La deputata di Fratelli d’Italia, già vicesindaca di Palermo e dirigente nazionale del partito, ha lanciato “Palermo Capitale”, un cantiere politico per ragionare sulla città futura, sostenendo che occorre andare oltre l’ordinaria amministrazione. Non occorre essere un genio per comprendere che un’iniziativa del genere apre una discussione sulla guida di Palermo. Sbardella, invece, ha immediatamente azionato l’estintore: «Lagalla non è in discussione». L’iniziativa della Varchi? Semplice «attività politica». Quasi contemporaneamente è intervenuto Minardo. Anche lui rassicurante e intento a impedire che dal cantiere uscisse accidentalmente qualche idea di cambiamento: «Forza Italia è pienamente impegnata nel governo della città, a sostegno del sindaco Roberto Lagalla».
E così accade un fenomeno singolare. Varchi parla di futuro e i commissari rispondono col presente. Giorgio Mulè propone un «risanamento etico» e un «rinascimento politico», e attorno a lui si alzano sopracciglia. Come se il metro di giudizio di una classe dirigente fosse ormai questo: finché non si verifica una catastrofe conclamata, perché mai cambiare? Lo stesso metro viene applicato a Renato Schifani. Sbardella ha giudicato ingiusto considerarlo politicamente al capolinea, ricordando i risultati raggiunti e una maggioranza che «ha lavorato bene». Minardo considera il presidente una «grande risorsa» per Forza Italia e invita a continuare a governare bene fino alla conclusione della legislatura.
Insomma, sono tutti dei gran lavoratori. La Sac di Catania, il sindaco di Palermo, il governatore siciliano. È un mondo meraviglioso, quello osservato dai due commissari. Talmente soddisfacente che non si comprende a cosa servano loro due.
Poi c’è Nello Musumeci, che nel pieno del caos aeroportuale è riuscito ad aggiungere alla vicenda una nota quasi surreale. Il ministro della Protezione civile ha ricordato che già nel 1999, quando guidava la Provincia di Catania, aveva proposto la delocalizzazione di Fontanarossa e uno studio per un nuovo aeroporto nella Piana fra Catania ed Enna. Ventisette anni dopo ha spiegato che «ad essere fuori posto non è il vulcano ma l’aeroporto». Può darsi. Ma la rivendicazione presenta un piccolo inconveniente: se un problema viene denunciato per quasi trent’anni dalla stessa classe dirigente senza che si riesca a risolverlo, forse non è il caso di vantarsene troppo. Musumeci, nel frattempo è stato presidente della Provincia, presidente della Regione e oggi è ministro. Raccontare di aver capito tutto 27 anni fa, somiglia a un’autodenuncia dell’impotenza politica.
E forse è proprio questo il punto. La Sicilia non soffre soltanto per i problemi che ha, ma per l’ostinazione con cui una parte della sua classe dirigente pretende di dimostrare che chi li gestisce stia comunque facendo un ottimo lavoro. Eppure la politica dovrebbe servire a distinguere ciò che funziona da ciò che va cambiato, assumendosi il rischio di scegliere. Ed è proprio questo rischio che Sbardella e Minardo sembrano accuratamente evitare.


