“Giù le mani da Report”, dice Sigfrido Ranucci.

Ma forse oggi “giù le mani da Report” dovrebbero cominciare a dirlo proprio quelli che Report lo fanno.

Perché chi ha fatto dell’opportunità il proprio metro di giudizio non può ignorare che oggi esiste un enorme problema di opportunità che riguarda lui.

Punto fermo: Ranucci è la vittima di un attentato. Merita rispetto e solidarietà. Nulla dimostra che sapesse della bomba.

Ma essere vittima non significa diventare intoccabile.

Quante volte Report ha chiesto a politici, manager, giornalisti di fare un passo indietro non per un reato, ma per una frequentazione, un’amicizia, un comportamento inopportuno?

Ranucci dice che soffre vedendo soffrire i suoi figli. Lo capisco. Anch’io, da figlio, ho sofferto quando mio padre venne messo alla berlina in prima serata perché amico di una persona sulla quale Report indagava.

Per questo non chiedo vendette. Chiedo lo stesso metro.

Ranucci è un dirigente Rai. Era opportuno avere come “amico fraterno” Valter Lavitola? Girargli messaggi e mail riguardanti altri dirigenti Rai? Parlare con lui del proprio futuro politico? Contribuire alle domande di un sondaggio sulla propria popolarità? Dargli consigli su attività nelle quali Lavitola aveva interessi?

E se pensa davvero, come emerge da un suo vocale, che dentro la Rai ci siano mafia e massoneria, faccia quello che Report chiede agli altri: nomi, fatti, documenti.

Invece oggi pubblica “La voce che spaventa”, evoca Moro, Mattarella, Falcone e Borsellino, gli uomini uccisi perché avevano visto prima degli altri.

Ma qui Falcone e Borsellino non c’entrano.

Nessuno gli chiede di fare il martire. Gli si chiede di rispondere a delle domande.

E invece si torna sempre alla politica, al potere, al “noi di Report”.

Ma Report non è Ranucci.

Ci lavorano, secondo quanto pubblicato, 43 collaboratori esterni e 24 interni. Sessantasette professionisti.

Ranucci è un dirigente Rai. È garantito. Molti di loro no.

Se domani cambiasse la conduzione, quanti di quei 43 esterni verrebbero riconfermati?

Allora, se vuole davvero proteggere la sua squadra, faccia un passo indietro.

Non perché sia colpevole. Per opportunità.

Dica: “Report viene prima di me. Tutelate la redazione. Io risponderò delle questioni che riguardano me”.

Perché Lavitola riguarda Ranucci. I messaggi a Lavitola riguardano Ranucci. Il sondaggio politico riguarda Ranucci. Gli sfoghi sui dirigenti Rai riguardano Ranucci.

I suoi collaboratori non c’entrano nulla. E non possono diventare l’ombrello sotto il quale ripararsi.

Io sono un conduttore Rai e parlo a titolo personale. Se Report avesse scoperto una storia così su di me, quante puntate avrebbe fatto?

Ve lo dico io: molte.

E il mio direttore probabilmente mi avrebbe chiesto un passo indietro. Avrebbe fatto bene.

Report è un patrimonio del servizio pubblico. Ha professionisti bravissimi e deve continuare a esistere, con Ranucci o senza Ranucci.

Forse allora “giù le mani da Report” dovrebbero cominciare a dirlo a Ranucci proprio quelli che Report lo fanno.

Perché Ranucci ha cercato per anni il nemico di Report nella politica, nel governo, nella Meloni.

Invece, il nemico lo aveva in casa. E lo chiamava “amico fraterno”.