Uno sfregio, una ferita, una perdita immensa per la Sicilia che smarrisce un pezzo della sua storia, come ha detto Nadia Terranova, brava scrittrice messinese che vive a Roma. Dopo il fatto incredibile del furto delle tavole di Antonello da Messina, un continuo deplorare, commiserare, strabuzzare gli occhi per lo stupore.
E veramente stupisce che un furto tanto audace e di opere così preziose si sia potuto realizzare in una città distratta dalla festa della “Vara” e dalla ondata di calore che ormai da oltre un mese si è abbattuta sull’Europa. Inspiegabile come il sistema di allarme sia stato messo fuori uso e come la vigilanza non abbia funzionato. Che si tratti di incuria, di ordinaria inefficienza come nella gran parte delle cose regionali. Oppure di un’abilità e un’audacia fuori dall’ordinario. Lo diranno le inchieste che sono subito partite e con vigorosa durezza annunciate anche dal presidente della Regione.
Il quale è sembrato più sgomento del solito, turbato forse dall’accanimento della sorte contro la Regione e adesso anche sui suoi tesori più gelosamente conservati. O almeno così sembrava ed a giusto titolo si riteneva. Prima la frana di Niscemi. Dopo, la crisi dell’aeroporto di Fontanarossa causata dall’eruzione vulcanica.
Si è visto l’arguto commento del Ministro della Protezione civile, il siciliano Musumeci che ha dichiarato non potersi spostare l’Etna ma l’aeroporto. Come lui stesso dixit trent’anni orsono, insieme al deputato Mirello Crisafulli oggi sindaco di Enna, che annunciò anche una disponibilità di certi cinesi pronti ad investire i denari necessari. Che erano molti già allora ed oggi sarebbero tanti di più.
Opere di rilievo annunciate e non fatte. Una storia siciliana declinata in migliaia di modi ma sempre uguale nei risultati. Una chiacchiera più o meno lunga, conclusa con un nulla di fatto.
Ma molto più grave appare il furto di Antonello, un pittore siciliano emblematico, che tutto il mondo conosce, custodito o così sembrava, nel museo regionale di Messina. Un luogo che dovrebbe preservare i dipinti da ogni tentativo di rapina e che invece non ha impedito che fossero violati e poi in parte precipitosamente lasciati lungo un muro. Segno di un deserto, un abbandono che solo a fatti scoperti, se mai lo saranno, si potrà interamente valutare.
Per adesso resta lo sgomento vero, non esposto in favore di telecamere. Che riguarda il senso di smarrimento che coglie nel vedere come la Sicilia affronti questi tempi di crisi. Con quale sconcertante fragilità. Esposta e anche sfortunata. Perché bisogna dirlo, questa che è capitata è anche sfortuna.
Eppure, tutta la qualità della vita amministrativa regionale sembra anche qui, messa in discussione. Non la buona volontà degli amministratori attuali o le responsabilità di quelli passati, ma una linea di tendenza, una logica, una sciagurata predisposizione che sembra favorire disinteresse e disastro come necessari complementi dell’incompetenza.
Una lentezza, una vaghezza e una incuria che forse non hanno niente a che vedere con il furto. Ma che quotidianamente si manifestano nel rendere la vita difficile a persone comuni e ad imprenditori. A tutti coloro che dovrebbero poter contare su misure adeguate di sostegno strutturale, di accogliente predisposizione. Per garantire sicurezza ed efficienza e non intervenire a cose fatte per riparare, consolare, ristorare.
Un monito si leva da queste pessime giornate di cenere e lacrime. Di furti, disordini e imbrogli nei trasporti. La Sicilia sembra una piccola nave sbattuta dai venti. Non un’isola salda nel cuore del mare. Un porto sicuro per la creatività, l’innovazione e lo sviluppo.
Ma un deserto abitato da gente rassegnata al disonore ed alla perdita. Al saccheggio ed al furto. Una povera cosa lasciata e dimenticata, un bene prezioso che si sciupa nel disdoro e nella solitudine. Nel declinare della sicurezza democratica e serietà della politica. Ridotta a compiangere, a dispiacersi, a versare lacrime. Sempre meno credibili.

