Il tridente non si è fermato neppure per Ferragosto. Ignazio La Russa da una parte, Totò Cardinale dall’altra, Renato Schifani naturalmente al centro. L’obiettivo dichiarato è riportare il governatore a Palazzo d’Orleans per altri cinque anni. Quello meno dichiarato, ma persino più evidente, è togliere di mezzo Giorgio Mulè prima ancora che la partita cominci davvero. Perché è lui, con la richiesta di cambiare uomini e metodi nel centrodestra siciliano, a disturbare un equilibrio che gli altri vorrebbero conservare. Aiuta l’immobilismo dei commissari dei due maggiori partiti, prudenti fino all’inerzia, che lasciano il campo ai grandi elettori del bis.
La Russa, a Ragalna, ha piantato i primi paletti: «Alla guida della Regione per il momento c’è Schifani e c’è Forza Italia. Io aspetto di capire cosa dice FI, se dice Schifani o un altro nome, ma ce ne possono essere anche altri di nomi». Apertura apparente. Il presidente uscente rimane il nome da cui partire. Toccherà agli azzurri, semmai, assumersi la responsabilità di cambiarlo.
Cardinale è assai meno diplomatico. «Assistiamo – ha detto ieri a un’intervista rilasciata a Live Sicilia – ad una corsa alla candidatura alla presidenza della Regione che non tiene neanche conto del fatto che un presidente c’è già e che ha tutte le carte in regola per chiedere la ricandidatura alla luce dei dati positivi del suo governo». E quando gli chiedono chi dovrebbe essere il candidato di Forza Italia la risposta è definitiva: «Non c’è alcun dubbio su Schifani». Salvo aggiungere che «non siamo noi in Sicilia a scegliere il nome del candidato presidente» perché, alla fine, «sceglierà Roma».
È una singolare campagna elettorale: si spiega che è troppo presto per candidarsi mentre si candida Schifani. E chi prova a mettere sul tavolo un nome diverso diventa un elemento di disturbo. Cardinale, settimane addietro, lo aveva già detto parlando di Mulè: «La sua aspirazione è legittima, ma è fuori tempo e fuori luogo». Adesso rincara la dose contro le candidature «buttate lì», che produrrebbero soltanto «sbandamento nel nostro elettorato».
Poi comincia il processo di beatificazione. Tra i miracoli ecco l’avanzo di amministrazione, il turismo, i concorsi, gli investimenti, i termovalorizzatori, le risorse delle Attività produttive. E arriva alla Sanità: «Mi piace anche ricordare l’ottimo lavoro che Marcello Caruso sta portando avanti nella sanità, a dimostrazione del valore degli assessori politici rispetto ai tecnici. Mi chiedo, quindi, cosa si possa pretendere ancora da un presidente di Regione…».
Qui però la liturgia inciampa. Caruso non arrivò alla Salute come campione della politica contrapposto ai tecnici: era stato coordinatore regionale di Forza Italia e, fino alla nomina in giunta, capo della segreteria particolare di Schifani. Il candidato politico alla Sanità era Nicola D’Agostino, uomo della stessa area di Cardinale, fermato (con ira riversata sui giornali) nel gioco dei veti e delle compensazioni interne. E soprattutto dimentica che quei tecnici – da Giovanna Volo a Daniela Faraoni – li aveva scelti e nominati proprio Schifani, in barba alla rappresentanza chiesta e pretesa da pezzi di Forza Italia.
Anche sul resto qualche miracolo andrebbe sottoposto alla Congregazione per le cause dei santi. Il presidente che avrebbe «tutte le carte in regola» per altri cinque anni è lo stesso che all’Ars ha visto la propria maggioranza disintegrarsi più volte sotto il voto segreto. A luglio almeno quindici franchi tiratori del centrodestra affossarono tre dei primi nove articoli della manovra quater; altre norme caddero subito dopo (per non parlare di quelle impallinate prima…). Non esattamente la fotografia di una coalizione che aspetta di scegliere la data dell’incoronazione.
La Russa, del resto, Schifani lo conosce bene. Fu uno degli artefici della candidatura del 2022, quando il bis di Nello Musumeci era stato reso impraticabile soprattutto dall’opposizione di Gianfranco Miccichè. Nella rosa proposta da Berlusconi, Fratelli d’Italia scelse Schifani. Miccichè arrivò poi a dire: «Il suo nome mi è stato imposto da La Russa». Quattro anni dopo il presidente del Senato torna a presidiare lo stesso quadrante e a ricordare a tutti che, almeno finché Forza Italia non dirà il contrario, il punto di partenza resta quello.
Più curioso ancora è il ruolo assunto da Cardinale dentro il partito di Berlusconi. Viene da una storia politica profondamente diversa: ministro nei governi di centrosinistra, poi protagonista di Sicilia Futura, alleata del Pd e del governo Crocetta. È con Edy Tamajo e con la consistente dote elettorale di quell’area che avviene la virata verso Forza Italia, fino a conquistare spazi e influenza nei nuovi equilibri azzurri. Oggi Cardinale parla quasi da custode della casa e decide chi è in tempo, chi è fuori tempo, chi costruisce candidature e chi soltanto personaggi.
La Russa e Cardinale difendono un presidente, ma insieme difendono un sistema di equilibri e distribuzione del potere che negli ultimi quattro anni non ha prodotto alcuna rivoluzione. Nel frattempo il centrodestra siciliano ha attraversato inchieste, scandali, faide, franchi tiratori e una continua guerra per le caselle. Eppure la soluzione proposta è ricominciare dagli stessi. Pietrangelo Buttafuoco ha immaginato Mulè e Carolina Varchi come «le lame di una unica tenaglia» capace di scardinare il chiodo arrugginito del centrodestra siciliano. La risposta è arrivata puntuale: il tridente si è rimesso in movimento.


