Report o non Report. Ranucci o non Ranucci. Lavitola o non Lavitola. Sondaggio o non sondaggio. Alla fine però il tema di fondo è quello: come si fa a cercare un’alternativa al modello del circo mediatico-giudiziario, fondato sulla gogna, sulla cultura del sospetto, sulla prevalenza delle allusioni sulle prove?

Non sappiamo che direzione prenderà il Report del futuro ma sappiamo che chiunque andrà a condurre, in Italia o dal Mozambico, la trasmissione che fu di Gabanelli e poi di Ranucci dovrebbe ripartire dalle basi e dovrebbe provare a ragionare, prima di ogni altra cosa, su una differenza sostanziale che esiste nel mondo della giustizia, da cui i follower del modello Ranucci in questi anni hanno attinto a piene mani. Una differenza che esiste in molti ambiti ma che esiste soprattutto tra due categorie distinte di magistrati: quelli in lotta contro la mafia, contro i sistemi criminali, contro le cosche.

Ci sono magistrati che, solitamente, si fanno riconoscere per quello che dicono, e che fanno impazzire di gioia i follower del modello Report. E poi ci sono magistrati che si fanno riconoscere per quello che fanno, e che vengono osservati con più diffidenza. La prima categoria di magistrati tende a dire molto, a chiacchierare molto, a offrire ai giornali molti titoli per far parlare di sé e tende a puntare molto su ciò che dice, piuttosto che su ciò che fa, anche per evitare che poi, osservando ciò che fa, si possa avere la contezza del tipo di magistrato di cui si stia parlando: molte chiacchiere, pochi fatti.

La seconda categoria di magistrati, invece, tende a parlare poco, ad apparire poco, a non frequentare i salotti televisivi, a non rendere la propria voce riconoscibile, a non rendere il proprio volto virale, e tende a puntare molto sui fatti e poco sulle parole. La prima categoria di magistrati, quella composta da soggetti settati per funzionare più nelle sale dei talkshow che nelle aule di tribunale, comprende numerosi volti che è persino inutile elencare: basta accendere la tv.

La seconda categoria di magistrati, che è quella prevalente in Italia, tende spesso a nascondersi, a non apparire, a preferire, comprensibilmente, la modalità dell’antimafia dei fatti, che poco piace ai salotti tv, piuttosto che la modalità dell’antimafia delle chiacchiere, che invece piace da impazzire ai follower del modello Report.

Maurizio De Lucia, procuratore della Repubblica di Palermo, che ha coordinato, senza troppe fanfare né ospitate televisive, le indagini culminate nell’arresto di Matteo Messina Denaro, ogni tanto, come alcuni suoi colleghi, sceglie di uscire timidamente dall’anonimato per rifilare qualche abbuscatina, come si direbbe a Palermo, all’antimafia delle chiacchiere.

De Lucia, che negli ultimi giorni è finito al centro del dibattito pubblico per un grido d’allarme disperato per le condizioni delle carceri italiane in cui lo stato non sempre fa quello che dovrebbe fare, pochi giorni fa ha dato alle stampe un libro interessante, scritto con Salvo Palazzolo, su un tema apparentemente generico, “La mafia che cambia”.

Ed è sufficiente sfogliare rapidamente le pagine del volume per capire che, con garbo, tra le righe, De Lucia ha offerto al pubblico un manuale formidabile per provare a distinguere l’antimafia della fuffa, o dei “soloni”, come da celebre citazione di Ninni Cassarà, con circo mediatico al seguito, dall’antimafia dei fatti.

La tesi del libro, tesi che potrebbe tornare utile a chiunque voglia costruire nel futuro una qualsiasi trasmissione fondata sulle prove e non sulle chiacchiere, è che l’antimafia seria parte dai fatti e arriva al racconto, mentre l’antimafia-spettacolo parte dal racconto e cerca poi fatti che possano sostenerlo.

De Lucia scrive che, in questi anni, “in tanti settori abbiamo visto figure che hanno fatto dell’antimafia una bandiera, solo per creare carriere e privilegi”. Sostiene che Leonardo Sciascia aveva ragione a definire questi soggetti i “professionisti dell’antimafia”. Ribadisce che “l’antimafia che dà per davvero fastidio alla mafia è quella che incide sulle cose reali, non quella che fa proclami”. E ricorda, come sosteneva il giudice Rosario Livatino, che “il giudice deve offrire di sé l’immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile… se si manterrà integro e imparziale non tradirà mai il suo mandato”.

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