Giovedì sera, in via XXVII maggio, alla periferia sud-est di Palermo, nel quartiere Sperone, siamo scesi in strada con una fiaccola in mano. Non era una manifestazione di protesta, era una manifestazione di presenza. Non contro qualcuno o qualcosa, ma per qualcuno, per qualcosa.
La fiaccolata è stata organizzata dalla scuola Sperone-Pertini e dall’associazione L’Arte di Crescere per chiedere l’apertura immediata del nido comunale di via XXVII Maggio e per rivitalizzare un centro servizi poco distante. Ma forse la cosa più importante, quella sera, non era nemmeno la richiesta. Era guardare chi la stava facendo.
Una donna che vuole lavorare, un’altra che chiede di essere formata per lavorare in un asilo, un avvocato che torna nel quartiere dove è cresciuto e si rivede nei bambini che incontra per strada, una madre che, con il marito in carcere, tiene insieme dolore e speranza. Giovedì sera erano tutti lì, con una fiaccola in mano. Questa è la fotografia dello Sperone che rischiamo di non vedere mai.
Adesso allarghiamo l’immagine, zoomiamo, conosciamole meglio queste persone. Caterina ha tre figli e uno stipendio solo in casa. Affitto, bollette, libri scolastici. Il più piccolo ha quasi due anni. Lei vuole lavorare. Non chiede che qualcuno le risolva la vita: chiede un asilo che le permetta di uscire di casa e guadagnarsi la propria. E quando sente dire che il nido non può aprire perché manca il personale comunale per gestirlo, spiazza tutti: formate noi. Proprio così: lei e le altre mamme sono disposte a frequentare corsi, a imparare, a lavorare lì. È difficile trovare una definizione più precisa di dignità.
Accanto a lei c’è Florinda. Un corso regionale da finire, due figli. Il più piccolo ha un anno e mezzo. L’anno scorso aveva fatto domanda per un nido pubblico a qualche chilometro di distanza: trentasettesimo posto in graduatoria, venti posti disponibili. Risultato: il bambino è rimasto a casa; Florinda, invece e per fortuna, non ha mollato il corso.
Il bambino nei mesi scorsi è stato accudito dai suoi genitori, che però adesso stanno per partire. Il marito dovrà assentarsi dal lavoro per occuparsi del bambino, sperando che il titolare comprenda e non gli dia il foglio di via. E tutto questo per permettere a una donna di finire un corso e provare a costruirsi un lavoro.
Dietro a quelle ore di formazione c’è una cosa che dalle periferie spesso ci aspettiamo troppo poco: il desiderio di diventare economicamente indipendente, il desiderio di autodeterminazione.
Seguitemi, andiamo in mezzo al corteo: confusa tra le persone, c’è una madre. Una madre che conosco bene, e a cui voglio bene. Una domenica pomeriggio di due anni fa mi mandò un messaggio su WhatsApp: si scusava per l’irruzione durante un giorno festivo, ma aveva a cuore una cosa che non poteva aspettare. Mi chiedeva un certificato di frequenza del figlio, con gli orari delle lezioni al mattino, ma anche con tutte le attività pomeridiane che il figlio frequentava a scuola. Il marito era (è) in carcere, i colloqui erano fissati nelle mattine di scuola. Le assenze sarebbero state giustificate, ma il punto era un altro: lei non voleva che suo figlio perdesse nemmeno un giorno di scuola, nemmeno un’attività pomeridiana.
Voleva chiedere al giudice di spostare i colloqui al sabato mattina. E aveva urgenza di parlarmene. E fece bene, perché certe cose non possono aspettare. L’indomani mattina le consegnai quel certificato e ci abbracciammo. Mi sembrò che tenesse in mano molto più che un pezzo di carta. Giovedì sera teneva in mano una fiaccola anche lei.
E poi, in fondo al corteo, c’è Antonio. Nato allo Sperone, in una famiglia modesta e onesta. Ha capito presto che le fatiche di suo padre e di sua madre servivano a farlo studiare, a dargli una possibilità: scegliere un lavoro meno polveroso, costruirsi un futuro diverso. Oggi è un affermato avvocato penalista, il suo primo cliente è stato un compagno di giochi. Giovedì sera era lì anche lui. Perché non ha dimenticato da dove viene, e perché sa una cosa che chi guarda lo Sperone da lontano fatica a capire: qui il bene e il male si sfiorano. A volte percorrono la stessa strada, ma non sono la stessa cosa.
Sì, allo Sperone c’è la mafia. C’è lo spaccio. C’è quella “mezzamafia”, quella mafiosità quotidiana, minuta, ostinata, che può diventare ambiente, abitudine. Ci sono strade che un bambino deve percorrere in fretta, occhi bassi, per non incrociare scene e sguardi di chi occupa lo spazio pubblico con la prepotenza. Negarlo sarebbe una bugia. Ma raccontare soltanto questo è un’altra bugia.
Perché mentre qualcuno spaccia, qualcun altro porta un bambino a scuola. Mentre qualcuno costruisce il proprio potere sulla paura, una madre cerca un corso per lavorare. Mentre qualcuno finisce in carcere, una donna si preoccupa che il figlio non perda una lezione. Mentre qualcuno pensa di conoscere già il destino di quel quartiere, un ragazzo nato lì diventa avvocato e torna a camminare nelle sue strade.
Lo Sperone è anche questo.
Per anni abbiamo raccontato le periferie attraverso quello che manca e attraverso quello che fa paura: mafia, spaccio, povertà, dispersione scolastica. Abbiamo trasformato territori in etichette, e le persone sono sparite. Ma c’è una differenza enorme tra raccontare un problema e trasformarlo nell’identità di un’intera comunità.
Anche quel 27,3 per cento di dispersione scolastica all’Istituto Sperone-Pertini, quattordici anni fa, era soltanto un numero. Ma dentro quel numero c’erano bambini: volti, nomi, possibilità. Per questo un asilo nido non è un dettaglio. È un pezzo di futuro, è lavoro, è autonomia, è dignità. È lo Stato che dovrebbe sempre di più arrivare prima dell’emergenza, prima dell’arresto, prima dell’ambulanza, prima della commemorazione. E’ facile ricordare i morti, molto più difficile è prendersi cura dei vivi.
Per questo servono meno altari e più strade, meno retorica e più servizi: più tempo pieno nelle scuole, più asili, più sport, più luoghi di comunità, più ambulatori di prossimità, più lavoro, più borse di studio, più opportunità. Più possibilità reali.
E allora quelle fiaccole di giovedì sera raccontavano molto più della richiesta di aprire un nido. C’erano storie, e persone: Caterina che vuole lavorare, Florinda che vuole diventare indipendente, una madre che difende il diritto del figlio a sfuggire a una predestinazione, Antonio che torna nel quartiere da cui è partito.
E intorno a loro c’erano bambini, insegnanti, volontari, nonni. Questa è -anche- la gente dello Sperone. Quella che raramente finisce nei titoli, quella che non fa rumore, ma cambia direzione. Quella che, mentre qualcuno si aspetta che si rassegni, si mette a cercare soluzioni. Sono persone che restano. E restare, in certi luoghi, è un verbo molto più attivo di quanto sembri.
La fiaccola che tenevano in mano non era una decorazione, era una scelta. E forse è proprio questo il ritratto più vero di un quartiere: quello che, una sera, scende in strada e non si rassegna alla dimenticanza, alla marginalità, alle cattive amministrazioni, al pregiudizio. Donne, uomini, bambine e bambini che dicono che il buio non avrà l’ultima parola. Insieme, accendono una luce e pretendono che lo Stato li veda.


