Diversi commenti al mio post di ieri, non troppi ma comunque tutti meritevoli di lettura, criticano ciò che ho scritto spiegando, in buona sostanza, che invece di parlare dei fascisti al governo, delle mani della politica sulla Rai, dell’impunità di cosa nostra, dei misfatti di Putin e di quel fascista di Netanyahu, io perdo tempo occupandomi di Ranucci. O meglio, scrivendo che non sono d’accordo sul modo in cui Ranucci (non solo lui, per la verità) evoca i morti di mafia per paragonarsi alle loro verità e alle loro solitudini.

Il vizio di ogni conformismo, si sa, è la presbiopia, ovvero non vedere (o non voler comprendere) ciò che hai sotto gli occhi, nero su bianco. Io ho scritto che considero Sigfrido Ranucci un buon giornalista e Report un ottimo programma d’inchiesta. Ma ho aggiunto che non amo questo turibolare di incensi alla ricerca ogni giorno di nuovi profeti, di nuovi eroi, di nuove bandiere. E che ritengo, oggi come trent’anni fa, qualunque impropria citazione degli ammazzati dalla mafia, un abuso, spesso ad uso delle proprie vanità.

Ma l’obiezione che viene mossa è sempre la stessa: “invece di”, in nome di un conformismo – un po’ trinariciuto ma molto caro, ahimè, a noi di sinistra – per cui qualunque parola fuori dal coro delle laudi è sempre peccato.

Gli stessi rimproveri li ricevetti tempo fa per aver scritto, mutatis mutandis, un articolo in difesa di Totò Cuffaro, facile bersaglio dei furori moralistici di un’inservibile sinistra siciliana. Invece di parlare dei corrotti al governo, mi rimproverarono, invece di concionare sui boschi che bruciano, sulle dighe vuote, sui treni moribondi e sulla truffa del ponte sullo stretto, avevo scelto di scrivere su (e in difesa) di Cuffaro. Ed ogni volta, in risposta a qualche pensiero fuori dal coro, l’accusa è quella d’essere ormai un consociativo, di fare il gioco dei mafiosi, di stare dalla parte degli ultimi democristiani. Oppure, con ineffabile eleganza, si evoca Giuseppe Fava, perchè lui sì…

Ecco, in questa esortazione all’autocensura, a pensieri emendati da ogni spigolo, a rientrare pudicamente nei cori e a cantare solo la messa c’è la più manifesta abiura di quei due giudici così spesso citati. Che mai, mai cantarono messa.

Tratto da Facebook