Nell’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci tante cose si sono capite, diverse sono ancora da chiarire, ma c’è una cosa su cui non si discute. Quasi un apriorismo. Ranucci è in buona fede. Tutto è chiaro nell’ordinanza di arresto del mandante della “bomba d’amore” all’“amico fraterno”: “Non è emerso alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola”. Ranucci andava d’accordo con Lavitola, ma non era d’accordo con Lavitola. La sua unica colpa, se così si può dire, è che è troppo buono. Una buona fede che rasenta l’ingenuità. Non la caratteristica che ti aspetti dal principe del giornalismo d’inchiesta. E invece il segugio che svela i complotti più segreti, il decrittatore dei codici del potere, secondo la gip è stato “vittima della manipolazione” di Lavitola: il titolare del Cefalù bistrò, con la sua “raffinata astuzia”, ha raggirato il giornalista investigativo.
Tutto quello che ha fatto, Ranucci l’ha fatto in buonafede. Per un anno ha suggerito che per trovare i mandanti e gli autori della bomba bisognava seguire la pista della criminalità organizzata, dei servizi segreti, della politica, del traffico internazionale di armi. Niente, tutto sbagliato. Ma non c’era certo intenzione di depistare. E’ vero che agli inquirenti non ha mai parlato di Lavitola, ma come, in tutta onestà, poteva pensare che l’amico c’entrasse qualcosa?


