Lagalla è rimasto senza numero legale a Palazzo Comitini. Schifani potrebbe ritrovarsi nella stessa condizione a Sala d’Ercole, con la manovrina da oltre mezzo miliardo da approvare. Due presidenti chiedono altri cinque anni di tempo, mentre le rispettive coalizioni cominciano (o continuano?) a voltarsi dall’altra parte.

Roberto Lagalla lo ha scoperto l’altro ieri, quando il centrodestra ha impedito persino l’apertura della seduta dedicata alla relazione sull’attività amministrativa. In aula servivano ventuno consiglieri. Se ne sono presentati diciannove. Sette le assenze nel centrodestra, una delle quali per gravi motivi personali. Le altre sono arrivate da un pezzo di Fratelli d’Italia, dalla Lega, dalla Democrazia cristiana. Le opposizioni, ovviamente, hanno approfittato del caos, non garantendo il numero legale. Il sindaco ha parlato “dinamiche del Consiglio comunale talvolta occasionali, talvolta volubili, talvolta capricciose, in qualche caso maliziose, ma insomma non ne farei un dramma”.

Appena pochi giorni prima, però, Lagalla aveva reso esplicite le proprie intenzioni: «Voglio ricandidarmi, devo completare il lavoro». E aveva aggiunto che, per realizzare il progetto della sua amministrazione, «cinque anni non basteranno».

La risposta della coalizione è arrivata nell’aula semivuota di Palazzo Comitini. Dentro Fratelli d’Italia cresce l’insofferenza verso la riconferma automatica del professore. Un pezzo del partito ritiene che Palazzo delle Aquile debba spettare alla forza principale della coalizione. Sullo sfondo rimane Carolina Varchi, che con “Palermo Capitale” ha già costruito il perimetro di un’alternativa interna. Altre resistenze provengono dalla Lega, che dispone di un proprio candidato – Vincenzo Figuccia si è detto disponibile – e dagli alleati che reclamano maggiore spazio. Per far cadere il numero legale, d’altronde, non serve una regia complessiva, ma è sufficiente che ciascuno abbia una ragione per indebolire il sindaco.

È il primo punto di contatto con la Regione. Anche Schifani governa grazie a una maggioranza che sulla carta appare larga e in Aula diventa intermittente. Il centrodestra conquistò quaranta seggi su settanta nel 2022. Da allora i franchi tiratori sono diventati una presenza stabile. Sono cadute norme volute dal governo, come la riforma dei Consorzi di bonifica o la reintroduzione del voto diretto nelle ex Province, e proposte sulle quali gli alleati avevano assicurato il proprio appoggio.

Schifani ha individuato il problema nel voto segreto, definito un «far west». Ma il voto segreto non produce il dissenso: permette soltanto di nasconderne gli autori. La disciplina di coalizione, tanto a Palermo quanto alla Regione, è un ricordo lontano e ogni voto deve essere negoziato.

La prossima verifica arriverà con il disegno di legge “Coesione e crescita”. La manovrina predisposta dal governo vale 220 milioni, ma è destinata a gonfiarsi. Altri 300 milioni sono stati accantonati per finanziare le proposte di partiti e deputati. Il testo dovrebbe attraversare le commissioni, arrivare in Aula alla fine del mese ed essere approvato nella prima settimana di ottobre. Sarà una variazione di bilancio da oltre mezzo miliardo e, inevitabilmente, un assalto alla diligenza. Ogni partito avanzerà il proprio emendamento, ogni deputato avrà qualcosa da presentare agli elettori. La disponibilità finanziaria può facilitare un accordo, ma anche moltiplicare i ricatti. Quando tutti sanno che esiste una riserva da distribuire, nessuno accetta di restare fuori.

Anche Schifani ha già sciolto la propria riserva personale. «Mi farebbe molto piacere continuare», ha dichiarato a Sky Tg24, spiegando che le iniziative avviate dal suo governo «presuppongono una continuità». Ha poi riconosciuto che «sarà la coalizione a decidere». Proprio quella coalizione della cui compattezza, fra poche settimane, la manovrina fornirà una misurazione piuttosto concreta.

Schifani prova perciò a prevenire gli agguati concordando il testo con i segretari della maggioranza. Ma il bisogno di blindare ogni passaggio rivela quanto siano inaffidabili i numeri ufficiali.

Nel suo stesso partito, intanto, Giorgio Mulè ha chiesto di scegliere presto il candidato e si è dichiarato disponibile. Come Varchi per Lagalla, resta sullo sfondo, ma rappresenta un’alternativa interna e perciò più insidiosa degli avversari dichiarati. La presenza di entrambi impedisce agli uscenti di considerare chiusa la partita.

Neppure i sondaggi giustificano tanta sicurezza. Nel Governance Poll 2025 del Sole 24 Ore Lagalla si era classificato ultimo fra i sindaci esaminati. Schifani ha ottenuto risultati migliori ed è risalito nell’edizione 2026 all’ottavo posto fra i presidenti di Regione. Ma il gradimento non costituisce un’investitura per il 2027. Se i due uscenti sono davvero insostituibili, perché le alternative più accreditate nascono nelle loro stesse case? Lagalla e Schifani lottano con i denti per rimanere a galla. I loro alleati, invece, lavorano al dopo. E forse è questa la risposta che nessuno dei due vuole ascoltare.