Potremmo persino organizzare un referendum. Scheda semplice: da una parte la pubblica decenza, dall’altra l’organo sessuale maschile. Perché a quanto pare siamo arrivati al punto in cui una canzone può trasformarsi in questione morale nazionale. Un lettore scrive a Francesco Merlo, raffinato editorialista di Repubblica, raccontando il “profondo imbarazzo” provato nell’ascoltare, durante un programma sulle hit dell’estate, una canzone di Tony Pitony nella quale viene evocato, senza particolare timidezza lessicale, l’organo sessuale maschile. Si domanda se sia possibile che il degrado culturale sia arrivato fin lì e quali conseguenze possa avere sui giovani un “vocabolario barbaro e poco rispettoso della pubblica decenza”.

Merlo risponde tirando subito in ballo il professore Tullio De Mauro, linguista di chiarissima fama, e ricordando una cosa piuttosto semplice: le parolacce non le ha inventate Tony Pitony, il performer siracusano con la maschera di Elvis Presley. Sono nei giornali, nei romanzi, nel cinema, nella televisione, nei tribunali. Sono soprattutto nelle nostre vite. Siamo diventati una società che usa la parolaccia continuamente e poi si scandalizza quando qualcuno gliela restituisce amplificata da un microfono. Diciamo cazzo quando perdiamo le chiavi, quando non troviamo parcheggio, o quando arriva una bolletta. Lo dicono gli adolescenti, gli adulti, i professionisti. Talvolta lo dicono i bambini, probabilmente dopo averlo sentito dagli adulti che successivamente si indignano perché lo hanno sentito dire ai bambini. Poi arriva Tony Pitony, lo mette nei suoi testi, e improvvisamente scopriamo la pubblica decenza. È un fenomeno curioso. Esiste una volgarità del linguaggio ed esiste una volgarità dei comportamenti. Si può dire una parolaccia ed essere una persona civilissima. E si può parlare un italiano impeccabile mentre si umilia qualcuno, si truffa, si mente, o si esercita arroganza, distruggendo una reputazione. La lingua italiana possiede strumenti raffinatissimi per essere volgari senza pronunciare una sola parola vietata ai minori.

Merlo osserva come la parolaccia è una caratteristica che il nostro tempo apprezza enormemente perché accorcia le distanze. E’ vero. La parolaccia è diventata uno dei grandi acceleratori di confidenza. I personaggi pubblici la utilizzano anche per questo: serve a smontare il piedistallo. A dire: guardate, sono uno di voi. Ma qui entra in gioco una parola molto meno popolare di quelle utilizzate da Tony Pitony: responsabilità. E riguarda innanzitutto gli adulti. Gli adulti possono spiegare che una parola esiste ma non va utilizzata in ogni circostanza. Può cambiare canale. Può dire: questa cosa non è adatta a te. Dunque domandiamoci: che cosa consideriamo davvero volgare? Una parola oppure quello che siamo diventati capaci di fare senza neppure pronunciarla? Perciò Tony Pitony sì, se piace. Tony Pitony no, se non piace. Pretendere che un cantante possa ergersi a custode della purezza linguistica di una nazione è decisamente troppo.