Ha detto Giorgio Mulè che bisogna far presto a individuare il candidato del centrodestra alla presidenza della Regione. Il vicepresidente siciliano della Camera, definitosi disponibile a mettersi al servizio della Sicilia se richiesto, in una conversazione di fine estate, ha ricordato che c’è da scrivere e progettare un programma adeguato ai tempi nuovi. E che questo compito riguarda anche l’uscente, data la necessità di integrazione, perfezionamento e maggiore concretezza che gli anni passati rendono indispensabile.

Ragionamento corretto, razionale, ma che pone alcune questioni. In primo luogo, si tratta di individuare la sede della decisione. Complessa come tutte quelle che riguardano le coalizioni, le pluralità spesso non convergenti. E che implica di necessità il consenso di Forza Italia, prima ancora quello dell’intera coalizione, chiamata a pronunciarsi certo sul programma, ma anche sulla persona chiamata ad attuarlo, dopo avere vinto le elezioni.

Un insieme di condizionamenti connessi, a partire dal dato elettorale mai sicuro, che tendono a rinviare la scelta. È noto infatti che ogni decisione, proprio in quanto dolorosa come indica la sua radice semantica, comporta un dolore, un taglio che tende a spostare la scelta il più avanti possibile. Cercando di ridurre il rischio della paralisi con la pressione dell’ora.

Si decide cioè all’ultimo minuto utile proprio perché la decisione comporta dolore e scelte. Entrambi visti come fumo negli occhi da sempre e tanto più da una politica che si è infragilita nel corso degli anni. Così come è difficile individuare esattamente i decisori. Quelli la cui opinione finale prevale e comporta l’effettività della scelta.

Molti sono infatti coloro che vogliono pronunciarsi. Ma essi stessi dichiarano che la loro opinione, pur contando, non necessariamente comporta la propria autorealizzazione. E così un’istanza razionale e corretta rischia di non essere accolta.

Dunque continuerebbe quello che Mulè ha giustamente definito lo sfogliare la margherita della ricandidatura di Schifani. Che sembra divenuta più forte, almeno nelle dichiarazioni estive. E di cui anche Mulè dice che ha fatto bene.

La verità è forse che al programma non ci sta pensando nessuno. E si tratta di scelte difficili, da far tremare le vene ai polsi. In primo luogo, gli interventi necessari a ripristinare una decente vivibilità dopo il grande caldo estivo. Che ha superato di ben due punti il dato medio del 1950, anno di inizio delle rilevazioni. Con una botta di calore medio a luglio e agosto di oltre ventiquattro gradi. E relativa siccità, malessere, disturbo per le colture.

Così, apprestare rimedi per migliorare il verde urbano, a Palermo tra i più bassi d’Europa, come nelle altre città isolane. Basti pensare alla percentuale di verde, che è al 60% a Helsinki e al 2% in Sicilia.

Poi provare a trattenere l’acqua piovana, oggi poco conservata e mal tenuta in invasi non completati e intasati, trasportata in reti che perdono più della metà del prezioso liquido immesso. E poi l’asfalto eccessivo, il costruito insensato e la mancanza di aree protette, salvo in alcune zone ricche. Con una logica classista che è il frutto di scelte sbagliate più che di un capitalismo trionfante.

Insomma, un programma non solo per le emergenze, che sono tante e rischiose, ma per la vita quotidiana, con i salari che non crescono e i prezzi che invece si impennano, a cominciare da quelli dell’energia e del carburante.

E poi il territorio esposto alle frane, alle rotture, alle aggressioni di ogni tipo. Dopo anni di trascuratezza. E poi ancora, la carenza di posti di lavoro buoni per i giovani. E di servizi efficienti, con prevalenza di un’incultura clientelare che toglie incentivi al fare bene e alimenta giochi modesti nella politica.

Un lavoro immenso e forse immane. Ma un lavoro necessario per il destino della comunità. Conoscere chi vorrà e dovrà cimentarsi è interesse comunitario. Non può essere disatteso.