L’imbarazzo di Schifani non poteva che venire a galla. Prima o poi succede, quando per un’intera legislatura si prova a eludere la “questione morale”, facendosi scudo col garantismo. Il presidente della Regione vorrebbe costituirsi parte civile nel processo per corruzione a carico di Elvira Amata e, nello stesso tempo, continuare a tenerla in giunta con tutti gli onori, alla guida di uno degli assessorati più ricchi e appetibili. Difficile evitare la contraddizione…
Il 2 dicembre scorso due finanzieri si presentarono negli uffici della Presidenza e consegnarono brevi manu a Schifani, “identificato a mezzo conoscenza diretta”, l’avviso di fissazione dell’udienza preliminare e la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell’assessora e dell’imprenditrice Marcella Cannariato. Non era un messaggio affidato al vento, né una busta abbandonata nella portineria di Palazzo d’Orléans.
Eppure la Regione ha lasciato scadere il termine per costituirsi parte civile. Ora sostiene di non avere ricevuto le comunicazioni e annuncia che chiederà al Tribunale la rimessione in termini, facendo leva sulla mancata trasmissione degli atti all’Avvocatura dello Stato. Saranno i giudici a decidere se la giustificazione regge. Ma che cosa ha fatto Palazzo d’Orléans dopo che la notifica fu consegnata direttamente nelle mani del presidente?
Probabilmente Schifani non ha mai deciso da che parte stare. A marzo, quando emerse la mancata costituzione all’udienza preliminare, spiegò che sarebbe stato “inopportuno” muoversi prima di conoscere il pensiero del giudice. Nel frattempo Amata è stata rinviata a giudizio e Cannariato, che ha scelto il rito abbreviato, è stata condannata in primo grado a due anni e sei mesi. L’assessora, però, è sempre rimasta al suo posto.
Il presidente l’aveva piazzata al Turismo nel gennaio 2023, attraverso lo scambio di deleghe con Francesco Paolo Scarpinato seguito allo scandalo di Cannes. Da allora ha retto l’onda anomala dell’inchiesta, delle accuse di corruzione e persino del rinvio a giudizio. Ora vorrebbe difendere la Regione senza sconfessare Amata, chiedere i danni senza toglierle la delega, presentarsi davanti ai giudici come vittima e davanti a Fratelli d’Italia come alleato affidabile.
Amata non è stata semplicemente tollerata. Le è stato consentito di marciare indisturbata lungo la strada tracciata dal Balilla, il suo predecessore più illustre, e dalla corrente turistica di Fratelli d’Italia. Un sistema che continua a distribuire piccioli e pagnotte: a fronte dei 5,8 milioni del Fondo unico regionale dello spettacolo, altri 11,5 milioni sono stati destinati direttamente alle iniziative scelte dalla politica, mentre le associazioni che partecipano ai bandi aspettano ancora i saldi del 2025. L’ultima scorpacciata è il Bellini International Context: 1,3 milioni di budget, di cui 169.580 euro per pubblicità, social, video, ufficio stampa e logistica
Schifani non ha mai disturbato la corrente turistica. L’ha protetta politicamente, permettendole di attraversare inchieste e imbarazzi senza perdere il controllo dell’assessorato. Ha lasciato Amata in giunta anche dopo che il Gup, nelle motivazioni della condanna di Cannariato, ha descritto un “vischioso reticolo di rapporti”, ispirato al favoritismo e a una logica di scambio, con apparati regionali considerati permeabili.
È solo il primo nodo di un autunno che si annuncia nero. Alla ripresa dei lavori parlamentari approderà a Sala d’Ercole la manovrina approvata dalla giunta prima della pausa estiva. Il testo vale oltre duecento milioni, ma il conto finale sarà politico prima ancora che finanziario. Ogni deputato della maggioranza pretenderà un contributo per il proprio collegio, una norma da rivendere al sindaco o all’associazione di riferimento. Le chiamano misure per gli investimenti territoriali. Meglio note come mance.
Poi ci sono le poltrone del sottogoverno. A partire dall’Irfis, il forziere finanziario della Regione, ma senza dimenticare società (non da ultima la Seus-118, finita al centro dello scandalo delle ambulanze) ed enti sui quali i partiti hanno già apparecchiato la spartizione. E infine arriveranno i tribunali. Il presidente dell’Ars Galvagno, esponente di Fratelli d’Italia come Amata, è sotto processo per corruzione, peculato, truffa e falso. Il 17 settembre il Tribunale dovrà pronunciarsi sulla richiesta della difesa di trasferire a Catania il procedimento. In un modo o nell’altro, Galvagno continuerà a dividersi fra lo scranno più alto di Sala d’Ercole e le aule di giustizia.
A Palermo è sotto processo anche Gaspare Vitrano. Il deputato di Forza Italia e l’ex direttore sanitario dell’ospedale Civico, Gaetano Buccheri, sono imputati per tentata violenza privata. Secondo l’accusa avrebbero esercitato pressioni sulla dirigente medica del “Di Cristina”, Desiree Farinella, affinché si facesse da parte dopo la morte di una bambina. La dottoressa registrò la conversazione e consegnò l’audio alla Procura. La parte civile ha indicato fra i testimoni anche Schifani, che aveva pubblicamente invocato l’individuazione dei responsabili della tragedia.
Nell’agenda giudiziaria c’è anche Michele Mancuso. Il deputato regionale di Forza Italia è stato posto agli arresti domiciliari a febbraio nell’inchiesta della Procura di Caltanissetta sui finanziamenti regionali. Secondo l’accusa avrebbe ricevuto dodicimila euro per favorire un’associazione destinataria di 98 mila euro di contributi pubblici per alcuni spettacoli nel Nisseno. E poi c’è Riccardo Gallo Afflitto: il forzista era stato posto agli arresti domiciliari nell’inchiesta “Corte dei miracoli”, che ipotizza un sistema corruttivo nella gestione del Cefpas. Si è dimesso dall’Ars pochi giorni dopo e la misura cautelare è stata successivamente revocata per l’affievolimento delle esigenze cautelari.
Per tutti valgono la presunzione d’innocenza e le garanzie previste dalla legge. Ma la responsabilità penale individuale non cancella una questione ormai collettiva. La questione morale, per l’appunto. Schifani continua a camminare parlando di stabilità e ricandidatura. Ma l’autunno nero è già cominciato.


