Lo scorso fine settimana, al Festival di Emergency dedicato al coraggio, a Reggio Emilia, ho parlato di scuola, di luoghi e persone al margine, di possibilità, di coraggio come pratica collettiva, di come l’educazione possa provare a ribaltare una predestinazione.
Sono partita dallo Sperone, quartiere della periferia sud-est di Palermo, dove da quattordici anni faccio la preside.
Ma mentre parlavo mi sono accorta che lo Sperone era, in fondo, rappresentativo di una condizione molto più ampia.
Perché periferia non è soltanto una posizione geografica. È una dimensione esistenziale. È una posizione dentro lo sguardo degli altri. A volte, perfino dentro il modo in cui guardi te stesso.
La periferia non è dove finisce la città. È dove, a un certo punto, finiscono le possibilità.
Non servono una tangenziale, un cavalcavia, una fila di palazzi tutti uguali per capire di essere arrivati in periferia. A volte basta aspettare un autobus che non passa, cercare un consultorio e scoprire che non ce n’è uno, guardare un bambino uscire da scuola e chiedersi dove andrà nel pomeriggio, vedere un campo sportivo ridotto a una pietraia.
La distanza, allora, non si misura in chilometri. Si misura in possibilità. Luoghi e persone finiscono per rispecchiarsi, in una sorta di predestinazione verso l’abulia e l’abbandono, frutto di anni di colpevole – e forse interessato – disinteresse.
Periferia è una parola geografica che abbiamo trasformato in una parola sociale. La usiamo per descrivere quartieri, territori, comunità, ma anche condizioni economiche, culturali, educative.
E sotto tutte queste definizioni c’è una stessa ferita: alcune persone hanno meno accesso di altre a quella che chiamiamo normalità. E così la differenza diventa gerarchia.
Nascere in una strada invece che in un’altra significa avere più o meno scuola, più o meno salute, più o meno cultura, più o meno mobilità, più o meno sicurezza, più o meno sviluppo, più o meno futuro.
È una delle contraddizioni più brutali delle nostre città: viviamo nello stesso territorio, ma non viviamo la stessa città.
Per alcuni la città è una possibilità continua: si attraversa, si usa, si sceglie. Per altri è soprattutto qualcosa che si guarda da lontano.
E non importa quanto sia lontano il centro geografico. Conta quanto sia lontano il centro delle opportunità.
La periferia è anche una questione di potere: è il luogo nel quale qualcun altro decide quanto puoi aspettare, quanto può essere trascurata una strada, quanto può essere vecchio un autobus, quanto può restare chiuso un impianto sportivo, quanto può essere lontano un liceo, quanto si può rimanere al buio. E soprattutto decide quanto a lungo una cosa può essere sbagliata prima che qualcuno decida che è diventata intollerabile.
Questa è una delle forme più silenziose della disuguaglianza: non ciò che viene negato apertamente, ma ciò che viene negato abbastanza a lungo da diventare normale.
Cinque anni fa, nel 2021, l’intera seconda circoscrizione del Comune di Palermo, che comprende anche il quartiere Sperone, rimase al buio. Un furto di cavi di rame e settantamila abitanti rimasero per tre mesi senza illuminazione pubblica. Tre mesi.
Il buio non è soltanto assenza di lampioni: è restringimento del mondo, è paura, è angoscia.
Noi lasciammo illuminata la scuola ogni sera. Tutti i sette plessi. Luce dentro, luce fuori. Non per sostituire ciò che mancava, ma per dire che una comunità non si arrende al buio.
La mattina dopo una bambina disse alla maestra: «Ieri sera dalla finestra di casa mia, nel buio totale, l’unica luce era la scuola». Quella frase non l’abbiamo più dimenticata, forse perché c’era tutto.
C’era il buio. Ma c’era anche una luce. E quella luce diceva una cosa semplice: qualcuno c’è, qualcuno resta.
Le periferie hanno una memoria lunghissima delle promesse. E una memoria ancora più lunga delle assenze.
Ricordano i cantieri rimasti fermi, gli spazi inaugurati e poi richiusi, i servizi annunciati e mai arrivati. Ricordano soprattutto quelli che sono venuti, hanno raccontato il problema, hanno scattato fotografie e poi sono scomparsi.
Anche questa è periferia: essere raccontati molto e ascoltati poco, diventare oggetto dello sguardo degli altri senza diventare mai soggetto delle decisioni.
La periferia entra nelle cronache quando qualcosa esplode: un arresto, uno spaccio, un incendio, una violenza. Poi la cronaca se ne va. Ma la periferia resta.
Resta la vita quotidiana di chi lavora, cresce figli, resiste. Resta il lavoro di insegnanti, educatori, genitori, associazioni, volontari. Sono loro che impediscono a un quartiere di diventare soltanto il suo disagio. Sono persone che fanno, che costruiscono, che tengono insieme. Perché le periferie non sono soltanto luoghi di mancanza: possono essere povere di servizi e ricchissime di umanità.
Guardare una periferia soltanto come un problema significa guardarla dall’alto, vedere ciò che manca senza accorgersi di ciò che esiste. E quando una comunità viene descritta per troppo tempo soltanto attraverso le proprie mancanze, finiamo per sottrarre qualcosa anche alle persone. Sottraiamo immaginazione, possibilità, futuro: il confine tra una descrizione e una profezia diventa sottilissimo.
A un certo punto non manca più soltanto ciò che non c’è. Manca l’orizzonte. La mancanza dell’orizzonte allo Sperone non è solo una metafora. Lo Sperone si affaccia sul mare. È lì, basta attraversare la strada, vicino. Eppure da più di quarant’anni è di fatto irraggiungibile, non balneabile: un mare presente e negato. Per la banalità di un collettore fognario rotto. Da quarant’anni.
Il tempo necessario perché un bambino diventi adulto, abbia un figlio e veda suo figlio crescere davanti allo stesso mare che lui non ha potuto vivere.
Quarant’anni sono troppi per chiamare tutto questo un ritardo. Quando un’attesa attraversa le generazioni diventa una condizione.
Un mare così non è paesaggio. È un orizzonte negato, una prospettiva cancellata, una possibilità che viene meno. È una domanda. Una domanda che resta aperta. E quando una domanda resta troppo a lungo senza risposta, rischia di trasformarsi in rassegnazione.
La rassegnazione non arriva all’improvviso. È una forza silenziosa. Non sfonda le porte, non alza la voce, non minaccia. Si siede accanto a te. E aspetta. Le basta convincerti che non esistono alternative. Ti convince che non serve più aspettare, che non serve più desiderare, che non serve più immaginare.
E poi accade la cosa più pericolosa: ci si abitua. E quando ci si abitua, tutto sembra normale. Anche ciò che normale non è. Quando l’ingiustizia dura troppo a lungo, smette di scandalizzare, nemmeno ci facciamo più caso.
Le periferie funzionano anche così: non soltanto attraverso ciò che manca, ma attraverso ciò che abbiamo imparato a non vedere più. E allora bisogna tornare a vedere, a riconoscere il buio.


