La promessa di Anthony Barbagallo agli Stati generali di Controcorrente, lo scorso fine settimana, si è già infranta su una questione di metodo: chi dovrà essere a scegliere il candidato del Pd alla presidenza della Regione? L’annuncio di “intensificare le interlocuzioni” e arrivare alla fumata bianca non ha basi così solide, giacché il partito in Sicilia è appena riemerso dagli sfracelli del congresso e delle carte bollate. Ma non può dirsi sanato, tutt’altro. I deputati vicini a Stefano Bonaccini – quello che gli elettori di destra sono asini – non intendono darla vinta a Barbagallo, contestatissimo segretario regionale; e nemmeno l’intervento pacificatore di Schlein per il momento ha dato i suoi frutti. Segno che a sinistra l’unico grande rischio non è fare pace: ma sbagliare tutto. Ancora una volta.
Come accadde nel 2022, vigilia delle elezioni regionali a cui non avrebbe partecipato (scartato dalla sua stessa coalizione) neppure Nello Musumeci, il presidente uscente. Anziché evidenziare l’anomalia, la sua competitor fu scelta seguendo i canoni dell’antimafia chiodata (non dell’opposizione militante): per questo venne chiamata in causa Caterina Chinnici, già europarlamentare. La figlia del magistrato Rocco, ammazzato dalla mafia, dovette superare lo scoglio delle primarie, finendo per imporsi sulla combattiva Barbara Floridia (M5s) e su Claudio Fava. Senza mai spiccicare una parola di sinistra, ma trovando il conforto di un popolo che ancora crede nei miti e negli eroi.
Peccato che la Chinnici, quanto di più distante da un candidato combattivo, si arrese e chiuse la contesa al terzo posto (pur guadagnando lo 0,4% rispetto alle liste che la sostenevano), dopo una campagna silenziosa e inconcludente – se non fosse per la scelta di escludere Peppino Lupo dalle liste – alle spalle del guitto De Luca. Scottata da quell’esperienza, evitò persino la conferenza stampa di commiato. Dopo 215 giorni da quel k.o. tecnico annuncerà il passaggio in Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi, grazie all’ottimo rapporto amicale coltivato negli anni in Europa con Antonio Tajani. A spingerla lontana dall’abbraccio “mortale” del Pd la scarsa affinità con la nuova segretaria Elly Schlein, considerata un filo troppo di sinistra.
Con questa acrobazia sulla via del garantismo, Chinnici trovò il modo di essere rieletta per la terza volta a Bruxelles: nonostante lo scarso supporto di Schifani & Co. alle Europee, fu il passo indietro di Tamajo (primo degli eletti nella circoscrizione Isole) a liberare un seggio a Bruxelles, dove siede tuttora. Il Pd, per fortuna di entrambi, è un ricordo lontanissimo. Ma ancora vivo per leggere il presente e fiutare il pericolo: quanto accaduto in Sicilia nel 2022, con la spaccatura tra Dem e 5 Stelle all’indomani delle primarie (i contiani tradirono il patto con Letta e si presentarono con Nuccio Di Paola, attuale vice presidente dell’Ars), costituisce un’avvisaglia per Giuseppi e la Schlein.
I quali, è vero, dovranno occuparsi prevalentemente della partita nazionale. Per loro la Sicilia rischia di essere una distrazione. Al momento ci è tuffato a pesce Ismaele La Vardera, anche se non è detto che l’ex Iena – ieri “ripreso” anche da Repubblica – sia il candidato di sintesi dell’intera coalizione. Nel frattempo il Pd sfoglia la margherita: oltre ad Antonello Cracolici, che avrebbe anche dato la propria disponibilità, si valutano i nomi di Peppe Provenzano, già ministro per il Sud, e del “civico” Emiliano Abramo. Quest’ultimo sarebbe – forse – il solo a togliere dall’imbarazzo i partiti, sempre più in difficoltà nella selezione della classe dirigente (l’unico trionfatore alle ultime Amministrative è stato Mirello Crisafulli, a cui il simbolo del Pd è stato “sottratto” dal Nazareno).
I civici, tuttavia, non portano granché bene alla sinistra. Basti ricordare la scelta di Fabrizio Micari nel 2017, per rimediare ai cinque anni da incubo di Rosario Crocetta. O, quella più recente, che voleva Franco Miceli come possibile successore di Leoluca Orlando al Comune. Micari fu il prototipo dell’esperimento. Rettore dell’Università di Palermo, senza tessere né precedenti esperienze elettorali, si presentò come «candidato civico» e venne scelto nel 2017 per tenere assieme il Pd di Renzi, i centristi di Alfano e ciò che restava dell’esperienza di Crocetta. La sinistra di Claudio Fava rimase fuori, così come i Cinque Stelle di Cancelleri. La celebre «sfida gentile» finì malissimo: il rettore arrivò terzo col 18,7 per cento, a oltre venti punti da Musumeci e sedici dai grillini. Peggio ancora, le quattro liste che lo sostenevano raccolsero complessivamente 488.939 voti, circa centomila in più di quelli ottenuti dal candidato. Altro che valore aggiunto della società civile: una parte consistente del suo stesso elettorato, potendo scegliere col voto disgiunto, preferì qualcun altro.
Cinque anni dopo cambiò il palcoscenico, ma non il risultato. A Palermo Pd e Cinque Stelle, assieme a Sinistra civica ecologista e alla lista Progetto Palermo, si affidarono all’architetto Franco Miceli, rispolverando dopo oltre vent’anni una figura che aveva avuto un passato nel Pci ed era stata assessore con Orlando. Stavolta il candidato fece persino un po’ meglio delle proprie liste, ma il miracolo civico si fermò lì: 29,55 per cento, contro il 47,63 di Roberto Lagalla, eletto sindaco al primo turno. Quasi diciotto punti di distacco per una coalizione che aveva già messo insieme Pd e M5s.
Due precedenti diversi, dunque, con una morale abbastanza simile: quando i partiti non riescono a risolvere i propri problemi, chiamare un civico – o una figura della cosiddetta “società civile” – non significa necessariamente aver trovato la soluzione. A volte significa soltanto aver trovato qualcuno a cui intestare la sconfitta. Chinnici docet.


