Il viaggio a Sarajevo e Mostar nel 1995, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, per denunciare, da neonominata commissaria europea, l’impotenza dell’Unione europea davanti a una crisi che durava da tre anni. Quello in Afghanistan, nel 1997, per denunciare il regime dei talebani e che le costò un arresto da parte della “milizia per la repressione del vizio e la promozione della virtù”. L’impegno a favore della nascita della Corte penale internazionale e quello per il diritto al fine vita, le battaglie per i diritti delle donne, dei carcerati e dei migranti. E, ovviamente, quella per l’aborto. Nei suoi cinquant’anni (abbondanti) di impegno politico, Emma Bonino è stata, assieme a Marco Pannella, il più importante volto del mondo radicale italiano. Esponente di una “minoranza rumorosa” – “Durante tutta la mia carriera politica mi sono sentita ripetere a più riprese: ‘Emma, tu sei una figura molto amata in questo paese, un giorno o l’altro ti faranno un monumento!’. Avrei preferito essere amata di meno e votata di più”, ha detto in un’intervista a Repubblica nel 2015 – Bonino è stata deputata, senatrice e ministra, europarlamentare e commissaria europea, delegata italiana all’Onu per la moratoria sulla pena di morte, ma soprattutto una voce che ha sempre richiamato la politica e le istituzioni (e i cittadini) all’assunzione di responsabilità come prerequisito della vita pubblica in una democrazia liberale.

Il nome di Bonino è legato, indissolubilmente, alla campagna per la legalizzazione dell’aborto. Nata nel 1948 a Bra, in Piemonte, a soli 25 anni è tra le fondatrici del Cisa, il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, tramite cui, nel giro di un paio d’anni, vennero aperte in Italia alcune cliniche clandestine in cui si praticava l’interruzione volontaria di gravidanza. Proprio per questo, in pieno spirito pannelliano, nel 1975 si autodenuncia per il reato di procurato aborto, finendo per circa un mese nel carcere delle Murate di Firenze. Lo stesso anno entra a far parte del Partito Radicale, con cui nel 1976 viene eletta alla Camera. Due anni dopo, l’aborto è legge. “Il grande dibattito degli anni Settanta, in realtà partiva, da una constatazione, ovvero dall’ipocrisia generale verso un aborto clandestino assolutamente imperante di cui non si occupava nessuno. Tutti sapevano che c’era, ma nessuno a livello politico sembrava occuparsene”, ha detto Bonino al riguardo nel 1995 in un’intervista a Taglio basso di Antonio Spinosa, su Rai Tre. Per questo, “quella battaglia è stata il frutto di un grande atto di responsabilità. Noi non abbiamo mai teorizzato la libertà di aborto o la gioia dell’aborto”.

Confermata alla Camera nel 1979 ed eletta, un mese dopo, anche al Parlamento europeo, negli anni Ottanta Bonino si concentra nella promozione della costituzione della Corte penale internazionale (realizzata solo nel 2002), nell’attivazione di campagne per referendum e diritti civili nell’Europa dell’Est e nella lotta alla fame nel mondo, arrivando nel 1986 a organizzare un convegno internazionale in cui lancia il “Manifesto dei capi di Stato contro lo sterminio per fame e in difesa del diritto alla vita e della vita del diritto”. Diventata nel frattempo presidente del Partito Radicale, l’impegno a favore dei popoli oppressi e del rispetto dello stato di diritto e del diritto internazionale continua negli anni Novanta. Nel 1993 Bonino incontra il Dalai Lama a Roma e lanciano insieme una mobilitazione per i diritti del popolo tibetano e per l’istituzione della democrazia in Cina. Nello stesso anno, lancia una campagna per la creazione di un tribunale ad hoc per la guerra in Jugoslavia, sostenendone l’attività attraverso l’associazione “Non c’è pace senza giustizia”.

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