A chi ha un po’ di memoria delle cose, non sembra neanche vero che Raffaele Lombardo, leader del Mpa e fondatore di “Grande Sicilia”, sia diventato tutt’a un tratto il primo sponsor per la ricandidatura di Schifani alla Regione. Eppure, terminata l’estate, passata Ragalna, incassato il sostegno di La Russa, ecco la clamorosa novità: «Non vedo chi altro». L’ex governatore di Grammichele, mai tenero sulla sanità, sull’energia, sui rapporti con la Dc di Cuffaro, ha cambiato idea sulle performance di Renato, un tempo accusato di “traccheggiare” con Salvini per ottenere la cacciata di Di Mauro dall’assessorato ai Rifiuti.
Ma rieccoci all’attualità: Lombardo, a margine dell’inaugurazione di una mostra fotografica su Piersanti Mattarella, sostiene di leggere giudizi «più che positivi» sul presidente, dice che Schifani «ha rilanciato la Sicilia, ha lavorato bene» e si spinge oltre. Se il centrodestra dovesse scegliere qualcun altro, lui si «meraviglierebbe». Anche perché, assicura, «non ho sentito una voce di dissenso».
È probabilmente quest’ultima frase a rendere più surreale la conversione. Perché una voce di dissenso, durante la legislatura, c’è stata eccome, ed è stata proprio quella di Lombardo. A volte direttamente contro Schifani, altre in difesa di Roberto Di Mauro; altre ancora sulla sanità, sulle partecipate o sulla Sac. Fino a mettere in dubbio il funzionamento stesso della coalizione.
La sanità è stata il terreno più fertile. Già nell’autunno 2023 Lombardo contestava il metodo scelto per individuare i manager e avvertiva che continuando così sarebbe finita «a casino». Poi le liste d’attesa, la rete ospedaliera, i vertici delle aziende. Nell’agosto successivo il giudizio diventò una sentenza: «Con gli yesmen la sanità va incontro al disastro». E dopo l’inchiesta su Cuffaro arrivò a suggerire a Schifani una ripartenza complessiva, con verifiche anche sui direttori generali e sui capi dipartimento in presenza di «incrostazioni, anomalie e irregolarità».
Poi c’è stato il caso Di Mauro. L’assessore all’Energia e ai Rifiuti è stato per almeno due anni la frontiera dello scontro fra Palazzo d’Orléans e gli autonomisti. Quando Schifani mise sotto la propria regia il dossier dei termovalorizzatori, Lombardo parlò di un tentativo di «espropriare» Di Mauro delle proprie competenze. Quando, nel giugno 2024, la chiusura dell’impianto di Lentini mise in crisi il sistema dei conferimenti, Schifani accusò pubblicamente gli assessorati competenti di scarsa coordinazione. Lombardo si disse «meravigliato» delle critiche rivolte al suo assessore.
Nel frattempo si accumulavano acqua, monnezza, consorzi di bonifica. Fino alla rottura più spettacolare, quando emerse il video in cui Schifani, parlando proprio di Di Mauro, commentava: «Ha fatto uno show di merda. Io questi li tengo ancora per poco». “Questi” erano gli autonomisti. Lombardo reagì evocando «l’illusione del potere assoluto». Servì una telefonata chiarificatrice per ricucire.
Neppure sulle partecipate il Mpa ha fatto mancare il dissenso. Lombardo contestò lo «smembramento» dell’Ast e il rischio di consegnare ai privati le tratte remunerative, lasciando al pubblico quelle in perdita. E ancora più rilevante, perché la partita è tutt’altro che chiusa, è la Sac. Schifani ha spinto con decisione sulla privatizzazione della società che gestisce gli aeroporti di Catania e Comiso. Gli Autonomisti hanno chiesto trasparenza, contestato il percorso, sollevato il tema della governance e del rinnovo della Camera di commercio del Sud-Est. Lombardo si è augurato che dal confronto potesse nascere «un ripensamento sull’iniziativa». E appena pochi giorni fa il Mpa è tornato ad avvertire che la privatizzazione non può trasformarsi in un affare «esclusivo per pochi».
Sanità, energia, rifiuti, Ast, Sac. Ma sotto le singole vertenze ce n’è sempre stata un’altra, molto più politica: il peso dell’Mpa nel governo e il confronto con la Dc di Totò Cuffaro. Gli autonomisti rivendicavano il 6,8 per cento ottenuto alle Regionali e consideravano insufficiente un solo assessorato, soprattutto davanti ai due assegnati alla Dc. Lombardo lo disse chiaramente nell’estate 2024, dopo le Europee in cui il partito appoggiò in blocco la candidatura per Bruxelles della neo forzista Caterina Chinnici: il secondo posto era stato promesso ed «è ora di essere consequenziali». In quello stesso periodo Lombardo chiedeva inutilmente un vertice di coalizione, rimproverava Schifani per le troppe «telefonate e visite a Roma» e lo invitava a dare «più senso all’Autonomia».
Poi gli equilibri sono cambiati. L’inchiesta su Cuffaro ha travolto il vecchio assetto della Dc. E nell’aprile scorso è arrivato ciò che il Mpa chiedeva da tempo: il secondo posto in giunta, con Elisa Ingala alle Autonomie locali accanto a Francesco Colianni (già sostituto di Di Mauro) all’Energia. Una serie di caselle è andata al proprio posto. Non tutte, perché sulla Sac gli autonomisti continuano ad avere una posizione diversa dal presidente e ancora pochi mesi fa Lombardo non risparmiava giudizi severi sul funzionamento della maggioranza. A luglio arrivò a definire il centrodestra siciliano «il punto più basso di questa ex coalizione»: «La coalizione non esiste più, è da rifare». In un’altra occasione aveva spiegato di non andare più da Schifani «per non litigare».
Adesso, invece, non vede chi altro.
E l’endorsement pesa ancora di più perché arriva mentre gli altri alleati maneggiano il bis con molta prudenza. Musumeci ha ricordato che la regola della riconferma automatica dell’uscente non esiste. Fratelli d’Italia – al netto di La Russa – prende tempo e si dice pronto a fare delle proposte. Giorgio Mulè insiste sulla necessità di decidere per tempo candidato e programma e non si sottrae all’eventualità di essere chiamato in causa. Lombardo no. Lombardo ha già scelto: chi meglio di Schifani?


