Ancora la partita non è finita eppure, al di là di ipocrite dichiarazioni, tutti hanno tirato un sospiro di sollievo.

In fondo hanno vinto tutti. Nessuno in realtà voleva che si reintroducessero le preferenze per la scelta dei parlamentari.

Forse magari Meloni le voleva, nel tentativo di far nascere un gruppo parlamentare meno scalcagnato di quello che oggi la sostiene. Tuttavia, seguendo il vecchio adagio di Andreotti, ha preferito “tirare a campare piuttosto che tirare le cuoia”, pur sapendo che i due “leoni” che le stanno accanto come vicepresidenti, non volendo rischiar nulla fingevano di ruggire.

Ha così inserito nel testo della riforma preferenze parziali e farlocche, che non restituiscono la scelta agli elettori se non in una misura assolutamente esigua, ma complicano e rendono sempre più pasticciato e probabilmente incostituzionale l’intero impianto della legge. Che del resto non nasce con l’obiettivo di migliorare il meccanismo, né tanto meno quello di avvicinare i cittadini alla politica.

Il vero autore o meglio il suggeritore di quel disegno di legge è Vannacci. È lo spauracchio di un personaggio un po’ tragicamente nazista, un po’ farsescamente futurista, costola della destra meloniana e salviniana e oggi insidia quasi mortale per il loro potere.

E poi c’è il tentativo appena appena nascosto di introdurre un primariato, di fatto evitando il rischio di una seconda bocciatura dopo quella sulla riforma della giustizia.

Comporre le liste con i propri fedeli conviene in fondo a tutti i leader dei partiti. Che se poi la gente protesta e non va a votare, meno problemi.

Memoria di piccole storie: fui eletto per la prima volta alla Camera dei deputati nel 1972, nel collegio della Sicilia occidentale. Allora si potevano esprimere quattro preferenze. Di conseguenza l’elettore di uno dei parlamentari uscenti, dal quale magari aspettava protezione e favori, era in grado di premiare un giovanotto di belle speranze come me, senza potere e senza incarichi, che possedeva una certa capacità di analisi, di proposta politica e una passionaccia per l’impegno pubblico, credendo pure ai valori della Democrazia cristiana.

Nei partiti del tempo, con mille difetti e tante limitazioni, c’era ancora la possibilità di un confronto interno e la consapevolezza di dover tenere ed alimentare il rapporto con l’opinione pubblica. Ci si incontrava nelle assemblee, si informavano i partecipanti, da loro si ricavavano indicazioni e suggerimenti, si metteva in piedi un circuito almeno in parte virtuoso. Si era spinti, peraltro, dall’obiettivo interesse di alimentare quel circuito per riavere il consenso.

Le quattro preferenze lasciavano margine ad accordi e ad incroci ma consentivano inserimenti di nuovi protagonisti e quindi il rinnovo almeno parziale della rappresentanza parlamentare. Le preferenze lasciavano gli eletti in una certa misura liberi dalla “obbedienza” ai leader e ai capi corrente. Venivi messo in lista e poi dovevi avere la capacità di cercarti i consensi sufficienti nelle quattro province. Non eri nominato e pertanto non diventavi mai “famiglio” di qualcuno.

In quelle elezioni votarono poco più del 93% degli italiani e più dell’82% nella circoscrizione nella quale risultai eletto. Era l’ennesimo segnale di un rapporto intenso tra elettori ed eletti. Non era quello un sistema perfetto, che del resto non esiste.

Poi, in una delle prime botte di populismo, nel 1992, si pensò di “moralizzare” il procedimento inserendo la preferenza unica che inevitabilmente si concentrò su chi aveva maggiore potere in tutto il collegio o nelle singole province. E così, insieme a personaggi di valore, vennero eletti ottimi portaborse ed esercenti di dominio locale.

Non essendo io bravo a portare le borse e avendo avuto sempre scarso potere, non rientrai in Parlamento. Con pochissimo danno per la comunità, semmai con qualche svantaggio personale. Non valse a nulla l’essere stato, come qualcuno mi aveva definito, il “deputato della parola” piuttosto che quello “del potere”.

La strada era spianata e Berlusconi capì che questa storia delle preferenze – anche di una sola – limitava il suo ruolo di “padrone” di una forza politica. E quindi scelse di poter nominare deputati e senatori, che lo accompagnassero plaudenti e silenziosi nella sua memorabile ascesa.

Naturalmente questi ultimi capirono subito che non dovevano cercare il rapporto con gli elettori, semmai con chi li aveva scelti. Capirono che la dote da mostrare non era la capacità ma la fedeltà e che, ubbidendo in silenzio al “capo”, magari votando che Ruby era la nipote di Mubarak, potevano essere riconfermati nelle successive elezioni.

La gente a quel punto si rese conto che la politica aveva scelto di fare a meno di loro, che loro potevano infischiarsene della politica, e via via andarono a votare in numero sempre minore.

Tutte le altre riforme, a cominciare dalla “porcata” di Calderoli, che orgogliosamente volle definirla “porcellum”, hanno confermato una tendenza gradita a tutti i capi partito.

Se la legge sarà approvata così, io so già chi verrà eletto nel partito per il quale probabilmente voterò.

Il capolista bloccato del Partito democratico con ogni probabilità sarà Peppe Provenzano. Ottima persona di sicuro, mai particolarmente impegnato nella realtà isolana e nell’attività – quel poco che resta – della sua forza politica. Probabilmente l’intelligenza in lui non è pari alla generosità. Che è una bella dote naturale, ma se non è alimentata da qualche stimolo, da qualche interesse, sfiorisce.

Se il successo è garantito a lui come a tutti gli altri capi lista, perché dovrebbe sottrarre tempo al gravoso impegno di responsabile della politica estera per occuparsi dei problemi della sua Sicilia o addirittura avere cura del partito diviso, irrilevante e inconsistente?

Insieme a Provenzano, esso è rappresentato da qualche altro parlamentare, del quale stento a ricordare nome e fisionomia, non solo per via dell’età o per un disinteresse per la vita pubblica ma semplicemente perché non ci sono. Non hanno nessun interesse ad esserci. La loro “salvezza” non dipende dalle opere ma dalla fedeltà.

Sembrano proprio seguaci di Lutero.

Vai a dire alla gente che deve partecipare in massa a confermare ciò che viene loro impiattato, non a scegliere i propri rappresentanti. È più serio parlare di calcio, di tennis, della Formula1, settori nei quali si eccelle per le proprie capacità.

In Parlamento si va per indicazione di altri, di chi comanda e vuole gestire strumenti agili e naturalmente controllabili.

E allora? Devo farmi forza per evitare che la passione politica scemi fino ad indurre anche me ad andare al mare piuttosto che al seggio.