Ha detto Borges che la politica è la più mediocre delle attività umane. Mediocre ma indispensabile per governare società sempre più complesse e complicate. Che sembrano non amarla, condividendo in sostanza l’analisi del grande letterato argentino. Così non stupisce che appena il 12% degli italiani attribuisca valore al mestiere della politica. Alla politica come mestiere, come è ormai diventata ovunque nelle società di massa. Considerando i politici come ignoranti, rozzi, interessati solo al potere e poco attenti ai bisogni della comunità. E in Sicilia questa percentuale scende ancora, raggiungendo inimmaginabili, ulteriori profondità.
La verità è che, guardando al rovello quotidiano come traspare dai mezzi di informazione, per quanto manipolati e spesso alle dipendenze dei governi, sulla scena non si vedono grandi personaggi. Non persone di valore, di alto livello culturale o morale, cresciute nel fuoco di lotte per la libertà o per valori comunitari. Più spesso mestieranti che sono entrati in politica dalla porta di servizio o dal retrobottega di altri politici ormai scomparsi, di cui hanno ereditato più i vizi che le rare virtù che pure essi talora avevano.
Lo si dice senza rimpiangere nulla di un passato che era destinato a scomparire. Si parlò infatti di Seconda Repubblica a simboleggiare un cambiamento avvenuto, un cambio di passo che avrebbe portato Sicilia e Italia fuori dall’antica decadenza corrotta e stanca di una troppo lunga agonia nel potere. Decapitando i vecchi arnesi partitici delle loro migliori ancorché discusse energie. Veri esperti di passioni e interessi, capi riconosciuti di pluralità umane e civili. Problemi veri anche se agitati spesso strumentalmente alla ricerca di uno spazio che la crisi soltanto poteva aprire.
Poco di quanto la propaganda ben fatta aveva sentenziato si è visto in questi anni. Si naviga a vista, si promettono e si agitano a parole grandi visioni che però annegano nell’irrilevanza. E tutto diventa ogni giorno più buio, meno limpido, meno accettabile. Ecco perché i cittadini reagiscono, imputando alla politica e ai politici il loro malessere cresciuto nel tempo. Che in Sicilia si acuisce a causa dell’inflazione da caro carburanti. Anche se essa è frutto di scelte lontane che hanno qui la loro conseguenza in termini di costi crescenti e spropositati soprattutto per famiglie a reddito fisso.
Questa incertezza e questa insoddisfazione possono portare risultati amari. A questo dovrebbe pensare la politica regionale. Che invece dà per scontate riconferme di sindaci e presidenti. Come se fosse un esito dipendente solo dalla volontà di quei partiti che sempre più stentano a mantenere un consenso fragile e precario. Chi potrebbe oggi dire quanto previsto dai sondaggi sul nuovo partito di Vannacci potrà davvero realizzarsi? Non sarebbe la prima volta che i siciliani danno di matto, contro il sistema di cui si sono compiaciuti e perfino approfittati per tanti anni. Allora furono i Cinque Stelle i beneficiari del malcontento. Ma oggi chissà?
Farebbe bene il partito che esprime il presidente della Regione a meditare sugli assetti futuri. Non una greppia sicura cui bisogna solo fornire il nome giusto. Che pure conta molto. Non solo il beneplacito degli zii di Sicilia che fiutano un vento antico e forse ormai superato. Non la dura volontà di persistenza. Comprensibile e anche giustificata. In nome di un lavoro autogiudicato ben fatto che bisogna completare. Come se il popolo non contasse troppo o fosse del tutto addomesticato grazie ai benefici erogati negli anni. Come se la rabbia fosse sotto controllo. Come se i buoi non potessero scappare dalla stalla.
Magari il mondo fosse così semplice e netto. Non ci sarebbe bisogno della fatica della politica. E neppure di quella del pensiero, sempre più esile. Mentre non si sa quale bufera possa sorprendentemente agitarsi non vista. Ci deve essere un limite alla inevitabile mediocrità della politica.


