Alla fine Totò Cuffaro rischia di sopravvivere persino alla sua Democrazia cristiana. Perché mentre Carmelo Pace è stato issato alla segreteria nazionale con il compito non semplicissimo di rimettere insieme quel che resta del partito, Cateno De Luca ha già cominciato a svuotargli la dispensa. Uno prova a salvare la Dc da morte annunciata – che ne sarà del 6 per cento delle ultime Regionali? –, l’altro raccoglie sindaci, consiglieri, portatori di voti e vecchi professionisti del consenso che improvvisamente si sono scoperti senza casa.

La coincidenza non può essere casuale. Il 30 settembre il Consiglio nazionale della Dc elegge Pace segretario. Lui promette di «voltare pagina», superare divisioni e contrapposizioni e restituire forza e riconoscibilità al partito. Nello stesso giorno De Luca presenta Filippo Tripoli, sindaco di Bagheria, come nuovo pezzo del suo progetto per le Regionali. Tripoli correrà in una delle quattro liste a sostegno del ‘sindaco di Sicilia’, che richiama la dottrina sturziana: si chiamerà Liberi e Forti.

Pace rappresenta la continuità organizzativa con la stagione di Cuffaro. Deputato regionale, capogruppo all’Ars e sindaco di Ribera, era uno degli uomini politicamente più vicini all’ex governatore. Non un commissario arrivato da Marte per rifondare la Dc, dunque, ma uno dei protagonisti della Dc che Cuffaro aveva ricostruito attorno alla propria leadership e a una rete territoriale capace, nel giro di pochi anni, di riportare lo scudocrociato nei Palazzi e nei Comuni.

Anche per questo la sua elezione è il risultato di mesi di guerre, commissariamenti e rese dei conti. Dopo l’uscita di scena di Cuffaro per un’inchiesta della Procura, la Dc è rimasta intrappolata fra organismi nazionali, dirigenti siciliani e gruppi che rivendicavano la titolarità politica del partito. L’elezione di Pace dovrebbe chiudere quel passaggio, anche se una parte interna ne contesta già modalità e legittimità in vista del congresso nazionale del 24 e 25 ottobre.

C’è poi il capitolo giudiziario, inevitabile quando si racconta questa successione. Pace era finito nella prima fase dell’inchiesta che aveva travolto Cuffaro: secondo l’ipotesi iniziale della Procura, una presunta somma di denaro destinata al direttore generale del Consorzio di bonifica occidentale sarebbe dovuta transitare attraverso Cuffaro e lo stesso Pace. Quell’ipotesi non ha retto. La sua posizione è stata archiviata, insieme a quelle di altri indagati, con il provvedimento del gip del 3 settembre scorso. Mentre Totò ha patteggiato tre anni ai servizi sociali, considerando chiusa la propria esperienza politica 2.0.

Sull’altro fronte, De Luca ha capito da tempo che il vero patrimonio della Dc cuffariana era il capitale umano. Gli eletti. Gli amministratori. I consiglieri. Le piccole e grandi clientele politiche nel significato più antico del termine: reti personali, professionisti, associazioni, comitati, pezzi di territorio in grado di spostare preferenze.

Cuffaro aveva ricostruito il partito con quel materiale. De Luca sta provando a riciclarlo. A luglio, quando presentò i primi “pionieri” del progetto che dovrebbe condurlo nuovamente alla corsa per la presidenza della Regione, in prima fila c’era Mauro Pantò, presidente della Sas, la partecipata divenuta – secondo le contestazioni dei magistrati – un vero e proprio assumificio di partito. La sua presenza provocò proteste anche nel centrosinistra, tanto che Antonello Cracolici parlò di un’idea della politica fondata sul favore, mentre Pd e Cinque Stelle fin qui hanno evitato di chiudere definitivamente la porta a De Luca.

Pantò però non è rimasto un’eccezione. Qualche giorno fa, tre consiglieri comunali di Ribera hanno lasciato la Dc per passare con Sud chiama Nord. Poi è arrivato Tripoli. Sindaco di Bagheria, guida uno dei Comuni più popolosi della provincia di Palermo ed era entrato nella Dc di Cuffaro dopo precedenti esperienze politiche. De Luca lo ha presentato con tutti gli onori: “Filippo incarna quella figura politica e istituzionale che riteniamo indispensabile avere nei parlamenti. Stiamo costruendo liste qualificate non soltanto sotto il profilo elettorale, ma per storia, competenze, serietà e visione strategica. In questo percorso Filippo rappresenta un pilastro fondamentale”.

Del resto Scateno non nasconde nemmeno il cuore dell’operazione. Parlando dell’ex area democristiana ha rivendicato di essere stato fra quelli che, dopo il tracollo giudiziario e politico di Cuffaro, non avevano voltato le spalle a quella comunità “spaesata”. Ed è proprio lì che si concentra lo scouting: non un’alleanza organica con la Dc, che avrebbe comportato trattative, tavoli e reciproche concessioni (a quello starebbe pensando Luca Sammartino con la Lega), ma una trattativa al dettaglio con i singoli. Uno alla volta.

Per anni Cuffaro è stato descritto come il grande organizzatore del consenso personale, il politico capace di conoscere sindaci e consiglieri di mezzo paese, di baciare tutti con tracotante nonchalance, di tenere insieme territori e ambizioni individuali. Oggi che Cuffaro non può più esercitare quel ruolo, De Luca prova a presentarsi come il nuovo approdo per quella stessa fauna politica. Non gli interessa diventare democristiano, gli basta diventare necessario ai democristiani rimasti orfani di Totò.

Pace, invece, deve fare l’operazione contraria: convincerli che la Dc esiste ancora e non serve cambiare indirizzo. Ha il gruppo parlamentare, il nome, il simbolo (non proprio l’originale…) e il tentativo di rimettere ordine dopo mesi di tafferugli. Ma ogni amministratore che passa con De Luca rende un po’ più difficile sostenere quel percorso. Alla fine l’eredità di Cuffaro si sta dividendo con una precisione quasi notarile. Chi ha i voti, però, è tutto da dimostrare…