Inghiottito dalle fauci del suo stesso partito, che lo ha convocato a Roma per annunciargli la fine dell’avventura, Renato Schifani finisce sulla lista dei presidenti che non possono nulla contro la maledizione del bis. Una maledizione che dal 2012 aleggia su Palazzo d’Orleans. Nessuno degli uscenti, da Lombardo a Crocetta, passando per Musumeci, è riuscito a ottenere il pass per la ricandidatura. Le ultime parole di Schifani, date in pasto a ‘La Sicilia’ prima del secondo tackle di Minardo, sono invecchiate malissimo: “Sto lavorando anche al mio secondo mandato – diceva l’altro ieri -. Perché io, e potete scriverlo con chiarezza, mi ricandido: tutta la coalizione si è espressa a mio favore e anche il mio partito, del quale presiedo il consiglio nazionale, è con me”.
In realtà, dall’avvertimento di Minardo, non una parola di conforto, almeno pubblicamente, è stata pronunciata in sua difesa. Né da parte di esponenti del suo stesso partito, tanto meno della coalizione. Anche se c’è da giurarci che l’obiettivo di deputati, persino quelli di opposizione, è tirare avanti il più possibile per non disperdere gli attuali privilegi (la pensione di quelli alla prima legislatura scatterebbe a maggio). Insomma: di elezioni si tornerà a parlare più avanti, ma lo scontro fratricida interno a Forza Italia ha messo una pietra tombale su qualsiasi orizzonte di ricandidatura.
A rompere gli argini è stato Nino Minardo. Davanti ai segretari provinciali di Forza Italia riuniti a Palermo, il commissario regionale ha spiegato che bisogna avere il coraggio di cambiare, evocando «un atto di responsabilità politica, un cambiamento netto e una proposta politica completamente nuova». Parole arrivate all’indomani dell’ennesimo caso giudiziario che lambisce Palazzo d’Orléans, quello di Gaetano Armao, ma che hanno immediatamente assunto un significato più largo. Tanto più che Minardo, anziché correggere il tiro, ha ribadito il concetto: «Il cambiamento non è una mia opinione, ma una richiesta che arriva dal partito dopo mesi di ascolto e confronto».
Anche Tajani e la famiglia Berlusconi non hanno potuto ignorare gli scandali che da quattro anni investono la Sicilia e i suoi personaggi politici. Alcuni anche di rango, come l’avvocato Armao. E peggio degli scandali è questo perenne tentativo di Schifani di affrancarsi da essi, cadendo ogni volta dal pero. Come se la scelta di uomini e donne fosse del tuo casuale o affidata a un sorteggio. Per questo il bis non s’ha da fare. E non sarà neppure la prima volta.
Basta tornare al 2022. Nello Musumeci ragionava esattamente come Schifani oggi. «Il candidato del centrodestra è il presidente uscente», diceva ancora il 5 agosto. Fino a quando, aggiungeva, la coalizione non avesse deciso diversamente. Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa – ancora relegati all’opposizione – erano con lui. Ma non bastò. Gianfranco Miccichè, allora dominus di Forza Italia in Sicilia, si opponeva da mesi alla riconferma, tanto che durante il Vinitaly, nel 2022, lo schernì: «Il centrosinistra non ha un candidato? Il Pd ha un gatto? Ecco, contro Musumeci vince anche un gatto”. Anche la Lega, con Minardo nel ruolo di commissario, ambiva a qualcosa di diverso.
I nodi vennero al pettine in piena estate e il 10 agosto Musumeci sbatté la porta: «Basta con questo interminabile mercato nero dei nomi. Cercatevi un candidato che risponda alle vostre esigenze». Si definì «un presidente scomodo», ringraziò Meloni e La Russa e si fece da parte. Due giorni dopo il centrodestra trovò l’accordo su Renato Schifani: a rivelarsi decisivo fu il disco verde di La Russa di fronte a una rosa proposta (o suggerita?) a Berlusconi. Musumeci non se n’è mai fatto una ragione. Lo si è capito anche di recente, quando durante una intervista – rivolgendosi a Schifani e a tutto il centrodestra – ha ribadito che «la regola dell’uscente non c’è più da anni». Invocarla oggi «è una bestemmia».
Oggi la storia si ribalta e Schifani rischia di sperimentare lo stesso meccanismo: non conta soltanto la volontà dell’uscente, né basta poter rivendicare i risultati del governo (dei conti in ordine, in questo caso). Serve che partito e coalizione decidano di affidargli altri cinque anni. Soprattutto sulla scorta di una gestione amministrativa che tenga finalmente in considerazione anche la ‘questione morale’.
Tornando alla maledizione, non basta scomodare il precedente del Pizzo Magico. I segnali c’erano già da prima. Nel 2017 Rosario Crocetta voleva ricandidarsi dopo cinque anni di governo e 59 assessori cambiati. Ma il Pd di Matteo Renzi aveva deciso di voltare pagina e costruire una coalizione più larga attorno a Fabrizio Micari. Crocetta resistette, chiese le primarie, contestò pubblicamente l’operazione e soltanto alla vigilia della presentazione delle liste accettò di rinunciare persino al suo simbolo: quello del Megafono. Mesi dopo avrebbe raccontato di essersi «sacrificato» per il partito.
Ancora diversa era stata la vicenda di Raffaele Lombardo. Eletto nel 2008, non arrivò nemmeno alla scadenza naturale della legislatura. Il 31 luglio 2012 si dimise dalla presidenza dopo che un gip di Catania aveva disposto l’imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa. Lombardo aveva promesso che avrebbe affrontato l’eventuale processo da semplice cittadino. Molti anni dopo quelle accuse avrebbero avuto un esito diverso, con l’assoluzione definitiva, ma politicamente la sua esperienza a Palazzo d’Orléans era già terminata.
Bisogna risalire a Totò Cuffaro per trovare l’ultimo presidente siciliano capace di presentarsi agli elettori da uscente e ottenere un secondo mandato. Eletto nel 2001, fu rieletto nel 2006. Nemmeno lui, però, riuscì a completarlo: nel gennaio 2008 si dimise dopo la condanna di primo grado nel processo sulle talpe alla Dda di Palermo. Da allora nessun presidente della Regione è riuscito neppure ad arrivare sulla scheda elettorale per chiedere ai siciliani altri cinque anni.


