Diciamolo: se ci fosse stato uno sceneggiatore incaricato di scrivere la scena, non avrebbe potuto inventarla meglio.

Biagio Conte, finalmente, è riuscito nell’impresa che nemmeno lui avrebbe mai immaginato: portare la povertà nel salotto buono di Palermo.

Lui che aveva scelto i marciapiedi, le stazioni, i sacchi a pelo, i disperati, gli ultimi, quelli che non hanno un posto dove stare e nemmeno qualcuno disposto a guardarli negli occhi. Lui che della povertà aveva fatto non una posa, ma una casa. Eccolo, incredibilmente, al Teatro Massimo.

Perché Palermo è fatta così: se un povero bussa alla porta, magari non gli apriamo. Se invece diventa il protagonista di un film e quel film va in onda sulla Rai, scopriamo improvvisamente di essere stati suoi fratelli spirituali da sempre. Tutti vicini alla Missione, tutti amici della Carità, tutti fratelli della Speranza.

E tutti, naturalmente, al Teatro Massimo: gente che conta e gente che conta di essere vista. Insospettabili professionisti della vicinanza al bene, una specie di Pentecoste palermitana.

Purché, per carità, non venga in mente a nessuno di prendere troppo sul serio quello che Frate Biagio diceva. Perché quello sì che sarebbe imbarazzante.

Prendere sul serio la povertà significa disturbare le nostre comodità, prendere sul serio gli ultimi significa chiedersi innanzitutto dove siano davvero gli ultimi, prendere sul serio la solidarietà significa fare i conti con le responsabilità, le promesse, le politiche. Insomma, significa passare dalla celebrazione alla realtà.

E giusto quando la celebrazione stava raggiungendo il suo momento più alto, puff. Il film si ferma, il santo tace, lo schermo si rabbuia. Fine della festa.

Mi sia consentito un gioco di fantasia. Immagino Frate Biagio che guarda giù dal cielo. Vede quella platea elegante, le autorità, gli ospiti, guarda lo schermo e dice: «Scusate, ma non state esagerando? Basta così».

Fulmine.

Non per colpire qualcuno. Peggio: per spegnere tutto.

In fondo ha fatto quello che fanno i poveri quando non hanno più nulla da perdere: ha mandato tutto per aria. Un piccolo fulmine, una pellicola interrotta. E tutti a casa.

Non si sa se sia stato un guasto, una fatalità o una di quelle misteriose coincidenze con cui la vita, ogni tanto, dimostra di avere un senso dell’umorismo superiore al nostro. Fatto sta che, per qualche minuto, il Teatro Massimo ha smesso di raccontare Frate Biagio e ha cominciato, senza volerlo, a raccontare Palermo.

Perché forse è proprio questo il paradosso della serata: Frate Biagio non aveva mai avuto bisogno di un palcoscenico. Erano gli altri, semmai, ad avere bisogno di essere chiamati dalla brava presentatrice e di salire sul palcoscenico.

Lui cercava gli ultimi. Gli altri cercavano Frate Biagio.

E non c’è nulla di male, intendiamoci. È umano voler partecipare, esserci, riconoscersi in una storia bella. Ma c’è una differenza tra raccogliere un’eredità e mettersi in posa accanto all’eredità.

È una domanda molto più scomoda: che cosa facciamo noi, adesso, per quelli che lui ha aiutato? Per rispondere bisogna rimboccarsi le maniche. Sporcarsi le mani. E questo, a differenza di un applauso, non fa notizia e non produce fotografie.

Dopo questo primo esperimento, conclusa questa serata memorabile, a pensarci bene, il fulmine di Frate Biagio potrebbe diventare davvero utile.

Palermo ne avrebbe bisogno ancora. Ogni volta che la parola “ultimo” viene pronunciata da chi non ne ha mai incontrato uno, negli eventi culturali dove si parla di temi universali per dieci minuti e poi, inevitabilmente, si finisce a parlare di sé, nelle cerimonie dove tutti sono profondamente preoccupati per il destino della città soprattutto quando c’è una telecamera accesa, nei circoli dove la cultura è universale fino a quando arriva qualcuno che non appartiene al circolo.

Un altro fulmine, dunque, Frate Biagio.

Ma che faccia saltare, per una volta, non il film ma il teatrino.