Alla fine il “cerchio magico” si è ristretto fino a entrare in una busta di plastica (o dell’immondizia, come ironizzava Armao nel dialogo intercettato dalla Squadra Mobile). Dentro, secondo la Procura di Palermo, c’erano i contanti per accelerare una pratica autorizzativa della Cts. Fuori da questo cortocircuito infernale c’è Renato Schifani, alle prese con il conto politico della fiducia concessa al consigliere sbagliato. L’inchiesta su Armao ha colpito il presidente nel punto più sensibile: la scelta degli uomini ai quali affidare incarichi, relazioni e pezzi dell’amministrazione.

Il meccanismo ricostruito dagli investigatori aveva una copertura professionale. L’avvocato Pierluigi Matta avrebbe ricevuto dalle aziende compensi per consulenze ritenute fittizie, prelevando poi una parte del denaro per consegnarla ad Armao. In cambio, l’allora presidente della Commissione tecnica specialistica avrebbe favorito pratiche sottoposte al vaglio regionale. Matta, nella ricostruzione dell’accusa, faceva da collegamento e da schermo: incassava formalmente il compenso, mentre una quota raggiungeva chi poteva intervenire sulle decisioni pubbliche. La Procura ha chiesto l’arresto dei due.

Schifani aveva scelto Armao come consulente nell’aprile 2023, con un compenso di 60 mila euro annui, dopo averlo avuto come avversario alle Regionali. Poi era arrivata la presidenza della Cts. Alla notizia dell’inchiesta, il governatore ha sostenuto che la vicenda non avesse nulla a che fare con l’attività del governo. Ma Forza Italia non ha voluto saperne, dichiarando conclusa l’avventura.

È la rovina che può arrivare dalle persone considerate indispensabili, talvolta indistruttibili e persino impunite. Quelle che conoscono tutti, organizzano incontri, trovano soluzioni, assicurano celerità a una pratica. Nei palazzi siciliani si aggirano consulenti, imprenditori, pagnottisti, organizzatori di eventi. Tutte categorie di faccendieri. Nei casi finiti sotto indagine, il punto di contatto è la capacità di muoversi fra interessi privati e uffici pubblici, attraverso un accesso privilegiato e un sistema sin troppo permeabile. Antonello Cracolici ha indicato questo nodo annunciando l’audizione di Schifani in Commissione antimafia.

Il precedente più pesante rimane Michele Aiello. Proprietario del centro sanitario Villa Santa Teresa di Bagheria, aveva costruito una rete di protezione dentro gli apparati investigativi. Le “talpe” Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo gli procuravano informazioni riservate sulle indagini, consentendogli di conoscere le mosse di chi lo stava controllando. In quel circuito entrò anche Cuffaro: nell’incontro del 31 ottobre 2003, nel retro di un negozio di Bagheria, avvertì Aiello che i suoi contatti investigativi erano stati individuati. La prima condanna arrivò nel 2008, quella definitiva a sette anni nel 2011: favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e violazione del segreto istruttorio.

Nell’ultima inchiesta su Cuffaro compare invece Vito Raso, storico collaboratore e uomo di fiducia dell’ex governatore. Secondo l’accusa, avrebbe fatto da tramite nella consegna anticipata delle prove del concorso per stabilizzare gli operatori sociosanitari di Villa Sofia: dai vertici ospedalieri a Cuffaro, che le avrebbe poi passate a una candidata.

Nelle vicende più recenti, il percorso di Sabrina De Capitani racconta un altro modo di attraversare il confine fra affari e istituzioni. Prima di diventare portavoce di Gaetano Galvagno, era stata un punto di collegamento fra la Regione e Absolute Blue, la società lussemburghese degli eventi siciliani a Cannes. All’Ars, De Capitani non si limitava a preparare comunicati. Le intercettazioni la mostrano impegnata a collegare progetti, organizzatori e fondazioni, cercando il contenitore attraverso cui realizzare eventi e reperire finanziamenti. Dialogava con Marcella Cannariato e Marianna Amato, la sbigliettatrice influente del Politeama; interveniva sulle iniziative e discuteva del futuro della Fondazione Federico II, con l’obiettivo di controllare il potere culturale. La portavoce si muoveva come un raccordo operativo fra la presidenza e un ambiente di interessi esterni.

Secondo l’accusa, alcuni finanziamenti avrebbero trovato una contropartita in incarichi e utilità: una consulenza per la cugina di Galvagno, la nomina del compagno di De Capitani nel consiglio di amministrazione di Sicily by Car, incarichi per gli eventi. Galvagno è a processo. Ma la questione politica riguarda lo spazio concesso a quella rete e l’influenza che una persona di fiducia aveva potuto esercitare dentro l’istituzione.

Accanto a Elvira Amata compare invece Giuseppe Martino, già capo di gabinetto vicario e poi segretario particolare, dimessosi nel luglio 2025. Nelle conversazioni pubblicate, Martino spiegava a Cannariato come rendicontare contributi, suggeriva strumenti per accelerare i pagamenti e ragionava su future iniziative remunerative. Contemporaneamente discuteva una propria consulenza, con un contratto da intestare al centro elaborazione dati della figlia. Diceva di non poter assumere un incarico ufficiale mentre lavorava per l’assessorato. Ma il collaboratore pubblico e il professionista privato si muovevano nello stesso circuito.

Amata è a processo per un’altra contestazione: avrebbe finanziato con 30 mila euro una manifestazione della Fondazione Bellisario in cambio dell’assunzione del nipote e del pagamento del suo alloggio da parte di Cannariato. Le persone incaricate di assistere l’assessora diventavano protagoniste di relazioni che avrebbero richiesto confini e controlli precisi. Che invece nessuno mai ha saputo garantire.

All’ultimo scandalo giudiziario che ha colpito Armao, Schifani ha risposto con un disegno di legge sulle lobby e la trasparenza, approvato in giunta, e con il protocollo fra Regione, Irfis e Prefetture che amplia i controlli antimafia sui finanziamenti. Ma la vigilanza sugli interessi privati avrebbe dovuto cominciare dalle persone alle quali il governo aveva aperto le proprie porte. Già da tempo.