Magari un giorno, grazie al ddl anti-corruzione approvato in giunta la scorsa settimana, diventerà un palazzo di vetro. Ma Orleans, al momento, è ancora presidiato dalle vedette. La Guardia di Finanza, giusto ieri, ha acquisito documenti negli uffici della Presidenza: l’obiettivo è fare luce sugli incarichi di consulente giuridico di Gaetano Armao, indagato dalla Procura di Palermo per corruzione (e sul quale pende la richiesta cautelare del carcere). Le ombre sull’ex assessore all’Economia hanno finito per intaccare il secondo mandato di Schifani, trasformando la Regione in un covo di veleni e di rancori.
L’indagine della Corte dei conti si aggiunge a quella penale, ma stavolta il bersaglio degli accertamenti è anche il rapporto professionale instaurato direttamente con il presidente. “Non c’entra nulla con l’azione di governo”, diceva Schifani a proposito dell’inchiesta che aveva coinvolto il suo braccio destro. Ma col passare dei giorni la percezione è cambiata: il rapporto tra Armao e Palazzo d’Orleans, dove l’avvocato aveva persino un ufficio, non può essere liquidato come una vicenda esclusivamente personale.
Ma le carte acquisite dalla Finanza non sono l’unico motivo di agitazione. C’è anche una resa dei conti tutta politica, che l’inchiesta su Armao ha contribuito ad accelerare e che Schifani non sembra disposto a digerire. Nino Minardo, commissario regionale di Forza Italia, ha invocato un «cambiamento netto» e una «proposta completamente nuova». Quanto basta per scatenare la reazione del governatore, che è arrivato a minacciare le dimissioni e le elezioni anticipate. Una settimana di tensioni, culminata martedì nel vertice romano con Antonio Tajani, dal quale Schifani è uscito senza la garanzia che cercava: la ricandidatura nel 2027.
L’incontro alla Farnesina, definito ufficialmente «sereno e cordiale», non ha cancellato i rancori. Tajani ha rinnovato al governatore «fiducia e apprezzamento per il lavoro svolto», invitandolo a completare la legislatura, ma ha contemporaneamente incoraggiato Minardo a «proseguire l’opera di rinnovamento» del partito. Una soluzione che a Schifani non è andata giù. Il giorno dopo, ai Cantieri culturali della Zisa, il presidente ha riservato una stoccata al segretario nazionale: «Da quello che vedo e che sento, mi limito a dire che lo stato di salute di Forza Italia non è eccezionale ma grazie al Sud tiene». Una valutazione poco lusinghiera, pronunciata appena ventiquattr’ore dopo il chiarimento tra «vecchi amici». Per un attimo i vertici di Forza Italia avevano pensato di replicare, poi ci hanno messo una pietra sopra. Meglio non alimentare i rancori.
Ancora più esplicita la sfida a Minardo: «Io l’etica politica la conosco e quindi l’invito di Minardo lo respingo al mittente, perché la mia storia si commenta da sé». Poi il suggerimento, tutt’altro che disinteressato, a dedicarsi «a tempo pieno» al coordinamento del partito, «battendo in lungo e in largo la Sicilia». Commenti ai quali il deputato ibleo ha preferito non replicare.
Il risultato è una tregua senza riconciliazione. Ma c’è chi sospetta che la rinuncia alle dimissioni non sia stata del tutto gratuita. Ismaele La Vardera, leader di Controcorrente, ha avanzato un’ipotesi destinata ad alimentare ulteriormente i sospetti: «Schifani, dopo una settimana trascorsa ad annunciare le dimissioni e poi a smentirle, prendendo in giro milioni di siciliani, ha alzato il prezzo e ottenuto come buonuscita tre seggi: uno per sé al Senato», gli altri sarebbero quelli di Simona Vicari e Marcello Caruso. I pochi fedelissimi che gli sono rimasti.
La prima, ex senatrice e consulente del presidente, potrebbe trovare una sistemazione alla guida della Fondazione Giglio di Cefalù, dov’è appena decaduto il consiglio d’amministrazione: ma vuoi mettere un seggio a Palazzo Madama? Lei smentisce: non ho alcuna voglia di tornare alla politica attiva. In bilico anche Caruso, che Schifani ha promosso all’assessorato alla Salute lo scorso maggio, dopo averlo già voluto alla guida di Forza Italia in Sicilia. Anche per lui si ragiona su una candidatura alle prossime elezioni. Ma non va sottovalutato – secondo i soliti bene informati – un incarico nel sottogoverno. C’è l’Irfis, che attende il rinnovo del consiglio d’amministrazione dopo l’ampliamento da tre a cinque componenti; ci sono l’Esa, commissariato dall’inizio della legislatura, e l’Irvo, l’Istituto regionale del vino e dell’olio. Tutti enti per i quali si dovranno definire nuovi assetti. Fantapolitica? Nessuna pista può essere sottovalutata.
E in questa atmosfera di sospetti c’è perfino chi ha cominciato a riscrivere la storia degli incarichi che hanno portato la crisi fin dentro Palazzo d’Orléans. Il Giornale di Sicilia, in un articolo dedicato alle responsabilità politiche del governatore, ha sostenuto che la squadra di governo non sarebbe tutta farina del suo sacco. «Non lo è perfino Armao», si legge. Schifani avrebbe avuto la colpa di accettare «nomi e scelte delle segreterie di partito». Insomma, sarebbe stato costretto a subire buona parte delle scelte che oggi gli vengono rinfacciate.
E Armao? Dopo l’umiliazione subita nelle urne, che lo aveva rapidamente allontanato dalle posizioni di Calenda, a quale partito avrebbe dovuto bussare per mettere a disposizione del governatore le sue enormi competenze, se non al partito di Schifani stesso? È stato suo consigliere giuridico – con contratto iniziale da 60 mila euro l’anno – prim’ancora di diventare presidente della Cts. «Conosco Gaetano da 25 anni e conosco la sua competenza», disse Schifani all’atto della nomina. Mentre la Commissione tecnico scientifica, sotto la sua guida, si è trasformata in un “fiore all’occhiello”. Difficile trovare un legame più profondo di così. Se davvero qualcuno ne avesse imposto la scelta, sarebbe interessante sapere chi e in quali circostanze. Schifani, in commissione Antimafia, avrà spiegato anche questo?
Post Scriptum: il verbale dell’audizione di ieri è stato secretato.


