Non è senza una qualche emozione che torno a prendere la parola in quest’Aula, in un Ateneo che ho avuto l’onore di servire per dodici anni e che ho visto crescere, giorno dopo giorno, fino a diventare ciò che oggi è: un’università del cuore della Sicilia che guarda al mondo. Ma l’emozione cede volentieri il passo alla gratitudine, perché l’occasione che ci riunisce è di quelle che un’istituzione accademica sceglie con cura: il riconoscimento, nella forma più alta di cui essa dispone, a una personalità che ha legato il proprio nome alla cultura italiana e, insieme, a questa terra. Last, but not list, ad uno dei miei più cari e “antichi” amici, con il quale ho condiviso esperienze intellettuali e anche, talvolta, percorsi culturali facili e difficili.
Pietrangelo Buttafuoco siciliano doc, ha le sue radici nella provincia di Enna, alla quale è rimasto sempre legato; e a questa Università lo lega anche un lungo servizio, avendo fatto parte del suo Consiglio dei Garanti dal 2008 al 2025. Non viene dunque da lontano, e tuttavia la laurea che oggi gli conferiamo può sembrare, a prima vista, venire da lontano rispetto a lui. Uno scrittore, un giornalista, un autore di teatro riceve la laurea magistrale honoris causa in Economia e Direzione delle Imprese. Le delibere del Consiglio di Corso di studi e del Consiglio di Dipartimento hanno colto con acutezza il punto, osservando che la sua figura smentisce il pensiero comune che separa il mondo delle idee dal mondo dell’azione, l’intellettuale chiuso nella sua turris eburnea e il manager chiamato alla dura concretezza delle decisioni.
Vorrei provare a mostrare, in questa breve riflessione, che non ci troviamo dinanzi a un paradosso, né a un’eccezione felice. La cultura italiana ha pensato con rigore il rapporto tra l’arte e l’economia, e lo ha fatto proprio nel secolo che si apriva con una grande opera di estetica. È da lì che conviene partire.
Nel 1902 Benedetto Croce pubblicava l‘Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, e qualche anno più tardi, nella Filosofia della pratica, completava il disegno di un sistema in cui la vita dello spirito si articola in quattro forme: l’intuizione, che è l’arte; il concetto, che è la conoscenza logica; l’utile, che è l’economia; il bene, che è l’etica. Non è il caso, qui, di ripercorrere la fortuna e le critiche di quella costruzione. Mi preme ricordarne un solo principio, che mi pare di straordinaria attualità: queste forme sono distinte, ma non separate. Esse non si oppongono come gli opposti della dialettica hegeliana, che si annullano nella sintesi; si implicano l’una con l’altra, in un circolo nel quale lo spirito passa dalla contemplazione all’azione e dall’azione torna alla contemplazione, arricchito.
C’è di più. Proprio nell’Estetica, Croce si pone il problema di che cosa accada quando l’espressione artistica, compiuta nell’interiorità, viene fissata in oggetti fisici: un libro stampato, una partitura, una tela, una scena. E risponde che questo passaggio, che egli chiama estrinsecazione, non appartiene più all’attività teoretica, ma a quella pratica: è un atto di volontà, che sceglie, organizza, dispone i mezzi in vista di un fine. In altre parole, l’arte nasce nella sfera estetica, ma vive nel mondo grazie alla sfera economica. Il teatro che apre il sipario, la mostra che accoglie i visitatori, il festival che chiama a raccolta artisti da ogni continente: tutto questo è estrinsecazione, e dunque governo, scelta, amministrazione.
Non fu, quella crociana, una riflessione astratta. All’inizio del secolo Croce discusse a lungo con Vilfredo Pareto, sulle pagine del Giornale degli Economisti, intorno alla natura del principio economico. Contro ogni riduzione dell’economia a meccanica del piacere e del calcolo, egli rivendicava all’utile la dignità di una forma autonoma dello spirito: un modo di volere, e dunque un modo di essere uomini. Agli economisti che siedono in quest’Aula non sfuggirà la fecondità di quella disputa, che ancora oggi interroga i fondamenti della loro disciplina.
Il percorso di Pietrangelo Buttafuoco, laureato in filosofia teoretica all’Università di Catania, mi sembra la verifica concreta di questo circolo. Egli è passato dalla prima forma alla terza senza abbandonare la prima: dalla pagina, che la motivazione dell’Ateneo definisce affilata e barocca, al governo delle istituzioni che dell’arte sono l’estrinsecazione pubblica. Non ha separato ciò che andava soltanto distinto.
Croce, del resto, diffidava delle partizioni rigide tra le arti: l’espressione, per lui, è una, e le distinzioni tra i generi e tra le arti singole hanno un valore pratico, classificatorio, non teoretico. Pochi scrittori del nostro tempo danno ragione a questa intuizione quanto Buttafuoco. In lui le arti della parola si ibridano di continuo con le arti dell’immagine e con quelle dell’ascolto. La pagina diventa scena, nei testi scritti per il teatro e nel lungo lavoro alla guida dei teatri; diventa immagine, nell’esperienza televisiva e nella direzione editoriale maturata presso i principali gruppi della comunicazione italiana; diventa voce, nella radio, che di tutti i mezzi è forse il più vicino alla parola nuda.
Ne è esempio emblematico Lupus in fabula: pochi minuti ogni mattina, di buon’ora, nei quali un libro, spesso un libro dimenticato o appartato, veniva chiamato a illuminare l’attualità. Una forma brevissima e antichissima insieme, che ricorda il commento, la glossa, l’elzeviro trasferito nell’etere. Conclusa la sua stagione sulle frequenze del servizio pubblico, la trasmissione ha trovato nuova casa presso InBlu2000, l’emittente collegata a TV2000, e continua a raggiungere i suoi ascoltatori: segno che le forme culturali riuscite sopravvivono ai palinsesti, e che la parola, quando è viva, trova sempre una voce che la porti.
Ma l’ibridazione delle arti, nel tempo della comunicazione globale, non è soltanto un fatto estetico. È anche, e sempre più, un fatto economico e organizzativo. Ogni mezzo è un apparato: richiede competenze, risorse, tempi di produzione, un pubblico da raggiungere e da conservare. Chi si muove con naturalezza tra la pagina, la scena, lo schermo e il microfono sa, per esperienza diretta, che l’opera non esiste se non trova il canale, la struttura, l’istituzione che la renda pubblica. È di nuovo l’estrinsecazione crociana; ed è qui che lo scrittore incontra l’economista.
L’economia della cultura è oggi uno dei campi più vivi della riflessione economica, e uno dei più decisivi per lo sviluppo dei territori. Sappiamo, almeno dagli studi di William Baumol e William Bowen sulle arti dello spettacolo, che le attività culturali obbediscono a una logica singolare: un quartetto d’archi richiede oggi gli stessi musicisti e lo stesso tempo che richiedeva due secoli fa, mentre i costi crescono con quelli dell’intera economia. La cultura, in altri termini, non può essere governata con i soli strumenti dell’efficienza produttiva, ma non può neppure fare a meno di essi. Tra questi due scogli passa la rotta difficile di chi amministra un’istituzione culturale.
Buttafuoco ha percorso questa rotta in tappe successive, assumendo responsabilità via via più ampie: la presidenza del Teatro Stabile di Catania, dal 2007 al 2012, poi quella del Teatro Stabile d’Abruzzo, accanto a numerosi incarichi in consigli di amministrazione e comitati di fondazioni e istituzioni pubbliche. Dal marzo 2024 presiede la Fondazione La Biennale di Venezia, che la motivazione del nostro Ateneo definisce, non senza ragione, la più complessa macchina culturale del mondo.
I numeri, in questa sede, hanno il loro peso. La Biennale Arte del 2024 ha superato i settecentomila visitatori, con una crescita di circa il diciotto per cento rispetto all’ultima edizione precedente la pandemia e con una larga maggioranza di pubblico proveniente dall’estero; la Biennale Architettura del 2025 è stata la più visitata della sua storia, con quasi trecentomila presenze e una quota di giovani sotto i ventisei anni vicina a un terzo del totale. Sono dati che parlano di attrattività internazionale, di indotto per una città e per un Paese, di capacità di parlare alle nuove generazioni.
Ma i numeri non dicono tutto, e la motivazione dell’Ateneo lo ha colto con una formula che vorrei fare mia: per Buttafuoco un bilancio in ordine non è il fine, ma il mezzo per liberare la creatività. È la traduzione amministrativa del principio crociano: l’utile non è il bene, ma ne è la condizione; l’economia non sostituisce l’arte, ma le apre lo spazio in cui essa può esistere.
Il circolo crociano, però, non si chiude nell’economia. Nella Filosofia della pratica l’utile, volizione del particolare, trova il suo inveramento nel bene, volizione dell’universale: l’azione economica non viene annullata, ma ricondotta a un fine che la trascende. Qui sta, a mio avviso, il punto più alto e più attuale della questione. Un’economia della cultura che non fosse anche un’etica della cultura si ridurrebbe a gestione di beni di consumo; e la cultura, che vive di libertà, ne verrebbe snaturata.
Governare un’’stituzione culturale significa allora custodire, prima di ogni altra cosa, la sua autonomia: la libertà dell’arte e del pensiero, il pluralismo delle voci, la dignità del confronto anche quando è aspro. Significa riconoscere che il vero patrimonio di ogni impresa culturale è il capitale umano, come osserva ancora la nostra motivazione: gli artisti, i curatori, i tecnici, il pubblico. E significa, talvolta, assumere decisioni che hanno un costo, anche in termini di consenso e di risorse, perché la responsabilità di chi governa la cultura non coincide con la ricerca dell’approvazione immediata.
Non è questa la sede per entrare nel merito di singole scelte, sulle quali il giudizio appartiene al dibattito pubblico e al tempo. È però la sede per riconoscere un principio che l’università, prima di ogni altra istituzione, ha il dovere di difendere: che la cultura è un bene comune, e che chi è chiamato a custodirla risponde, in ultima istanza, non a un interesse di parte, ma all’universale. In questo senso la laurea in Economia che oggi conferiamo è anche, e forse soprattutto, il riconoscimento di un’etica della responsabilità culturale.
C’è poi un’altra ragione, e non è la minore. Leonardo Sciascia parlava di sicilitudine per indicare quel modo d’essere, di sentire e di pensare che accomuna gli scrittori nati in quest’Isola, al di là delle differenze di stile e di tempo. Buttafuoco appartiene a questa genealogia, con la sua lingua sontuosa e polemica, con la sua attenzione per una Sicilia mediterranea, crocevia di civiltà e di fedi, che nei suoi romanzi e nei suoi scritti torna come luogo dell’anima e insieme come problema. E la motivazione dell’Ateneo ha giustamente ricordato come la sua opera abbia contribuito a far conoscere la cultura della Sicilia centrale, di questa provincia che gli antichi chiamavano l’ombelico dell’Isola.
C’è un significato profondo nel fatto che sia l’Università Kore di Enna a conferirgli questo titolo. La cultura, ce lo dice la stessa motivazione, è un’industria pensante che produce senso e può innescare processi economici virtuosi, capaci di risollevare l’economia di un territorio. Per le aree interne della Sicilia, e del Mezzogiorno, questa non è una formula, ma una prospettiva di sviluppo concreta; e un Ateneo che forma economisti e dirigenti d’impresa fa bene a indicare ai suoi studenti un esempio di come la cultura possa diventare leva di crescita senza smarrire la propria anima.
Prima di concludere, vorrei tornare al rapporto tra l’opera e il suo pubblico, e mi sia consentito, su questo punto, di prendere congedo da Croce, muovendo da una tesi sostenuta in altra sede. Croce identificava l’arte con l’espressione, «intuire è esprimere», e chiamava l’espressione, con immagine pittoresca, il «ponte dell’asino» che ogni creazione deve attraversare per giungere all’esistenza. Ma l’opera d’arte vive anche prima e dopo quel ponte. Prima, in quello che si potrebbe chiamare un luogo del silenzio, dove abitano le infinite espressioni possibili, delle quali quella che giunge fino a noi è soltanto una, la scelta compiuta dall’autore in un dato momento. Dopo, nella fruizione, dove ciascuno è solo con la «sua» opera, e in quel rapporto si realizzano insieme l’opera e chi le sta di fronte. Né il modulo espressivo è vincolante: Proust, nelle pagine dedicate al pittore Elstir, ha dipinto con le parole un quadro senza tela e senza pennello, e il lettore crede di averlo veduto. È la stessa libertà di passaggio tra le arti che abbiamo riconosciuto nell’opera di Buttafuoco.
Carlo Diano, in pagine di lunga prospettiva, aveva riconosciuto nella coppia di forma ed evento le due categorie con le quali il mondo greco interpretava la realtà: la forma, compiuta in sé, che si offre alla contemplazione; l’evento, che accade a qualcuno, qui e ora, e lo coinvolge. Trasferita all’estetica, quella coppia dà un nome al passaggio di cui parlavo: l’opera è forma nel momento in cui l’autore la compie; diventa evento quando accade a chi la incontra. Autore e fruitore sono entrambi essenziali, e l’arte esiste davvero soltanto nel loro incontro.
È qui che l’opera di chi governa la cultura rivela il suo senso più profondo. Adorno paragonava l’opera d’arte a un manoscritto chiuso in una bottiglia; e si potrebbe immaginare il mondo dei linguaggi come un mare in cui galleggiano innumerevoli bottiglie, in cerca di una spiaggia su cui arenarsi, per un tempo, prima che la marea torni a riportarle al largo. Il teatro, la mostra, la trasmissione radiofonica sono quelle spiagge: i luoghi nei quali la forma diventa evento. E non sarà un caso che la Biennale abbia la sua sede in una città d’acqua. I settecentomila visitatori del 2024 non sono soltanto un dato di bilancio: sono altrettanti fruitori, ciascuno dei quali ha fatto accadere l’opera. Chi rende possibili questi approdi non è un semplice amministratore, ma colui che, in senso proprio, prepara le condizioni dell’evento. In Pietrangelo Buttafuoco, che della forma è autore e dell’evento è artefice, le due figure coincidono.
Magnifico Rettore, il Consiglio di Corso di studi e il Consiglio di Dipartimento hanno voluto premiare Pietrangelo Buttafuoco per aver saputo coniugare, nella sua azione di governo, l’alto profilo intellettuale con una solida visione sistemica e gestionale, armonizzando le esigenze di bilancio con l’eccellenza della proposta artistica, e per aver interpretato il ruolo di manager pubblico non come custode dell’esistente, ma come architetto di nuove prospettive di sviluppo. Mi permetto di aggiungere, nel lessico che ci ha accompagnati in questa riflessione, che egli ha mostrato come l’estetica, l’economia e l’etica possano essere distinte senza essere separate; e che lo scrittore e l’amministratore, quando sono la stessa persona, si rendono reciprocamente migliori.
Per queste ragioni ho l’onore di chiederLe, Magnifico Rettore, di conferire a Pietrangelo Buttafuoco la laurea magistrale honoris causa in Economia e Direzione delle Imprese.


