Il governo Meloni parla continuamente di sicurezza energetica, indipendenza nazionale, sovranità. Il governo Schifani promette sviluppo e competitività della Sicilia. Nel frattempo, ci sono imprenditori che investono soldi propri per produrre energia e poi aspettano mesi, talvolta più di un anno, per poterla utilizzare. Hanno comprato i pannelli, realizzato gli impianti, completato i collaudi. Manca soltanto una cosa: qualcuno che li colleghi alla rete.
A raccontarmi questo paradosso è stato Giovanni Marchese, imprenditore e presidente Produzione di CNA Trapani. La sua denuncia riguarda tante aziende siciliane che hanno investito nel fotovoltaico per sottrarsi al caro energia e si ritrovano ostaggio dei tempi di E-Distribuzione. Impianti pronti, capitali immobilizzati, bollette che continuano ad arrivare.
E la beffa è doppia. Perché quelle imprese potrebbero non soltanto produrre l’energia necessaria alle proprie attività, ma anche immettere nella rete quella in eccesso. Risparmierebbero, potrebbero ricavare qualcosa dall’energia ceduta e contribuirebbero a ridurre la dipendenza energetica del Paese. Invece continuano a comprare l’energia che potrebbero prodursi da sole.
E non finisce qui. Marchese racconta di frequenti distacchi e microinterruzioni della corrente, anche di pochi secondi, sufficienti a danneggiare macchinari e interrompere le lavorazioni. CNA Trapani ha persino inviato una formale diffida a E-Distribuzione, denunciando l’inadeguatezza della rete. Secondo quanto riferisce, dopo mesi sono arrivate rassicurazioni, ma non interventi risolutivi.
Insomma, non soltanto le imprese non riescono a utilizzare l’energia che potrebbero produrre. Rischiano anche di non poter lavorare regolarmente con quella che comprano.
La cosa paradossale è che lo Stato e la Regione hanno sostenuto gli investimenti delle imprese attraverso strumenti come il bando ministeriale per l’autoproduzione e quello regionale Più Artigianato. Si finanzia la realizzazione degli impianti, ma poi non si garantisce che possano entrare in funzione in tempi ragionevoli.
E qui le responsabilità politiche riguardano sia Meloni sia Schifani. Il governo nazionale deve intervenire sulle criticità delle connessioni e pretendere risposte dal gestore. La Regione Siciliana deve fare la propria parte sulla programmazione energetica, sulle infrastrutture e sul coordinamento degli investimenti. Non basta distribuire contributi e inaugurare bandi: bisogna preoccuparsi anche di ciò che accade dopo.
L’Italia importa dall’estero circa il 73 per cento dell’energia di cui ha bisogno. Siamo esposti alle crisi internazionali, alle oscillazioni del prezzo del gas e del petrolio, alle decisioni di governi stranieri. E mentre famiglie e imprese pagano bollette pesantissime, lasciamo inutilizzata energia che potremmo già produrre.
Abbiamo sole, vento, tecnologie mature e imprenditori pronti a investire. Terna ha programmato oltre 23 miliardi di investimenti nella rete nazionale. Ma programmare non significa realizzare. E le grandi opere non possono diventare l’alibi per ignorare i problemi quotidiani delle reti di distribuzione.
Sono favorevole a un mix energetico che comprenda anche il nucleare di nuova generazione. Non ho pregiudizi ideologici sulle fonti. Ma trovo assurdo discutere di centrali che richiederanno anni per entrare in funzione mentre impianti rinnovabili già realizzati restano inutilizzati in attesa di un contatore.
Meloni promette l’energia di domani e non riesce a far utilizzare quella di oggi. Schifani parla di una Sicilia attrattiva per gli investimenti: sarebbe utile cominciare da quelli che gli imprenditori hanno già fatto.
Servono reti adeguate, accumuli, procedure più rapide, tempi certi per gli allacci e responsabilità precise quando quei tempi non vengono rispettati. E servono risposte pubbliche: quanti impianti sono già pronti ma ancora scollegati? Quanta energia potrebbero produrre? Quanto stanno perdendo le imprese? Quali interventi sono previsti e con quali scadenze?
Sono domande che rivolgo al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e al presidente della Regione Siciliana. Perché la transizione energetica non si misura con il numero dei convegni o dei bandi pubblicati, ma con i chilowattora effettivamente prodotti e utilizzati.
Il governo dice di voler rendere l’Italia padrona del proprio destino energetico. La Regione promette di valorizzare le risorse della Sicilia. Potrebbero cominciare consentendo alle imprese di utilizzare l’energia che sono già capaci di produrre.


