“Non lo chiedo, ma se il partito me lo chiede accetto.” Così la deputata e già vicesindaco di Palermo Carolina Varchi ha risposto a chi le chiedeva se farebbe il sindaco della città capoluogo della Sicilia. Una risposta abile che denota intelligenza e capacità oratoria bastevoli, in questo tempo disgraziato, per promuoverla. Tra tanti asini scellerati che popolano la nostra vita politica, trovare una donna che ha studiato e che ci tiene a dire che è pronta a studiare ancora è certo piacevole.
Il fatto è che si avvicinano scadenze elettorali significative e il dibattito sembra concentrato sulle mance e sui benefici da ottenere dall’erario e da rivolgere verso i propri elettori. Il motto sembra essere quello di un vecchio deputato veneto che diceva: “Tutto va bene purché mi riporti qui”. Ecco, trovare una signora che è avvocato, che ha fatto bene sia a Roma che a Palermo e che potrebbe tornare in prima linea in comune o alla regione è consolante.
Ovviamente bisognerà vedere cosa accadrà al sindaco attuale che nel frattempo si è messo in pensione all’Università di cui è stato a lungo Rettore. Si accontenterà di uscire di scena e fare il pensionato oppure gli sarà data l’opportunità di fare un secondo mandato, come ha chiesto, o ancora di andare in Parlamento? Non lo sappiamo e possiamo solo immaginare quale lavorio ci dovrà essere nei prossimi mesi per trovare accordi e soluzioni che mettano in piedi squadre di governo in grado di affrontare i problemi acutissimi che stanno di fronte alla politica regionale.
La quale nel frattempo ha dato un altro spettacolo sgradevole approvando più di 170 milioni di interventi anche minuti segnalati dai deputati di maggioranza e qualcuno anche avanzato da membri dell’opposizione. Li chiamano mance a sottolineare l’inclinazione servile che nascondono, anzi esaltano. L’idea cioè che in parlamento, anche in quello regionale, si vada non a fare gli interessi della comunità, ma quelli del proprio collegio elettorale.
Poco importa che tanti altri comuni non siano stati presi in considerazione, umiliati e trascurati. Quello che conta è che la gente veda e apprezzi. E che l’apprezzamento si traduca in voti se non in rispetto. E chi non ha santi in Paradiso, cioè in Ars, si attrezzi scegliendo un padrino. Operazione clientelare e meschina. Così l’ha indicata l’opposizione che si è allontanata dall’aula.
Sembra però necessaria. Perché il consenso non passa più dalla proposta per il bene comune. Non si ottiene con le belle parole. Occorrono fatti e le mance sono un fatto evidente. Non un provvedimento generale ed astratto ma un atto con destinatario concreto e individuabile. Non infrastrutture di lunga lena che non giungono a compimento prima di anni. Non rimedi a problemi comuni come la siccità, gli incendi, l’acqua che manca e l’immondizia che abbonda. Ma una stradina, un’edicola votiva, un piccolo edificio, una festa, un contributo. In un collegio, in un paese, una parrocchia. Una questua ben riuscita che rende i deputati protettori e benefattori delle aree in cui furono eletti e in cui sperano di tornare ad esserlo.
Attenzione, questa logica non è nuova. La segnalò già agli albori della rappresentanza elettiva Edmund Burke. Il quale scrivendo ai suoi elettori di Manchester notava che avrebbe dovuto occuparsi dell’Inghilterra ma se non avesse fatto gli interessi degli elettori di Manchester, allora pochissimi, non sarebbe tornato in Parlamento. Che sia antica non significa che sia buona o scusabile. Capire non è perdonare. Per questo la nostra Costituzione vuole che le funzioni pubbliche si svolgano con dignità e onore. Di entrambi poco se ne vede.
E allora brava la Varchi che ci risparmia la retorica del servizio volontario e si appella alle decisioni del suo partito. Della factio di cui fa parte, di cui è parte. Meglio che farsi avanti, proporsi e fare di tutto per ottenere o mantenere un privilegio spacciato come ufficio, cioè dovere.


