Sicilia: cronache di una disfatta. Si potrebbe intitolare così il dato emergente dallo studio sulla qualità della vita appena pubblicato da Legambiente. Sette province su nove stanno tra le ultime venti, tranne Enna e Ragusa che si collocano a metà classifica. Un dato positivo, anche se non cambia la valutazione generale sulla Sicilia.

In questa regione a statuto speciale, dotata sulla carta di poteri maggiori rispetto alle altre regioni, la capitale Palermo è ormai da anni al terzultimo posto. Precede solo Reggio Calabria e Napoli, completando così la disfatta del vecchio Regno a distanza di due secoli dall’Unità. È terribile, ma bisogna fidarsi dei dati che sono purtroppo testardi. E non si lasciano incantare né dalle promesse né dalla retorica partigiana.

Allora, ecco che il podio di questa ulteriore classifica sulla qualità del vivere urbano se lo prendono Mantova, Trento e Bolzano. Una regione speciale di confine con l’Austria e una città della ricca Lombardia, dove è nata una Lega per l’estensione della specialità a tutte le regioni e che adesso si chiamerà Lega per il federalismo. E che governa anche in Sicilia.

Tante promesse, tanti impegni anche finanziari, tanta buona volontà da Cavour in poi per avere questo risultato. Che l’Italia è ancora divisa e non si vede quando e come questa frattura potrà essere ricomposta. Intanto, anche l’altra grande città della Sicilia, Catania, arriva quartultima.

Funzionano la qualità dell’aria, dove spiccano Enna, Ragusa e Messina, ma anche la gestione dei rifiuti in tutte le città più piccole come Enna, Ragusa, Trapani e perfino Agrigento. Che però, in generale, perde ben sette punti rispetto allo scorso anno, dopo essere stata inutilmente e poco brillantemente capitale della cultura.

Ma tutte le città siciliane soffrono per quanto riguarda dispersione idrica, raccolta differenziata e mobilità urbana. Si tratta di aspetti che abbuiano la vita comunitaria. Siracusa perde il 65% dell’acqua immessa in rete; Ragusa, che pure fa bene nell’energia e nei rifiuti, vede sprecata e buttata una percentuale del 60% dell’acqua. Una vergogna immensa, quando tutto il mondo tenta di attrezzarsi per fronteggiare l’aumento della siccità e tutelare il bene prezioso e sempre più scarso che è essenziale per la vita e per l’agricoltura.

Per quanto riguarda i rifiuti, siamo al collasso a Palermo, che è ultima con appena un quarto di differenziata sul totale. Infine, la mobilità, che vede Catania con il più alto numero di auto, 82 per cento abitanti, in crescita continua, mentre sono 80 su cento residenti ad Agrigento. Non si registrano misure efficaci contro il traffico urbano né soluzioni strutturali. In questo campo l’attività dei comuni sembra spenta, con gravi conseguenze sulla dimensione economica e su quella ambientale.

Insomma, niente di particolarmente nuovo sotto il sole africano, come lo chiamò Cavour. Promettendo però, in una sua ultima lettera, che in una ventina di anni le province meridionali avrebbero raggiunto quelle del Nord. Così non è stato e ancora bisogna fare molti sforzi per superare la storica differenziazione, eredità di un passato che non passa.

Allora, ci si chiede perché tenere in vita regioni inefficienti e stanche? Perché continuare a far vivere una classe dirigente provinciale non solo per ambito territoriale di competenza, ma culturalmente? Incapace, almeno alla luce non delle dichiarazioni e delle volontà, ma dei risultati cumulati nel tempo.

Domande inutili, dal momento che palesemente non si ha la forza né di cambiare né di innovare. E si preferisce litigare sull’immediato, promettere assunzioni e sgravi e altri benefici. Mance per continuare come prima. Alla faccia dei numeri e ridendo delle cronache che sembrano disfattiste e non della disfatta.

Tutti contenti fino alla prossima esplosione di rabbia, tanto inutile quanto inevitabile. Nella ipocrita speranza di miglioramenti che non si ha la capacità di provocare. Contentandosi di gestire il declino che va diventando un disastro.