Il principale azionista del campo largo, il Partito Democratico, non riesce a tenere insieme neppure se stesso. Anthony Barbagallo si è dimesso, lasciando al Nazareno il compito di trovare una soluzione. La sua uscita arriva dopo un congresso drammatico. La sua rielezione del giugno 2025, infatti, aveva trasferito la partita negli organismi di garanzia e davanti al Tribunale di Palermo. Le dimissioni fanno venir meno l’oggetto della contesa, ma non cancellano le ragioni politiche della frattura.

Per arrivare alla tregua sono dovuti intervenire Elly Schlein e Stefano Bonaccini. La soluzione verso cui si lavora è un direttorio, una cabina di regia che raccolga le diverse anime e accompagni il partito verso gli appuntamenti del 2027. Fra i nomi circola quello di Peppe Provenzano come possibile coordinatore. Composizione e guida restano da definire, ma il criterio è già comprensibile: poiché nessuno riesce a ottenere la fiducia di tutti, si prova a mettere tutti dentro. Con il rischio che il nuovo organismo riproduca in formato ridotto le incompatibilità del vecchio.

Il problema è cosa debba portare alle elezioni questo Pd, oltre alle proprie correnti. Quale identità, quale proposta riconoscibile, quale capacità di parlare fuori dal recinto degli iscritti. I dem sono alla ricerca di una coesione, un vertice, una sistemazione dei rapporti interni. Agli alleati, invece, devono ancora consegnare un nome per la presidenza della Regione. Fra i possibili aspiranti vengono evocati Provenzano, il presidente della commissione Antimafia dell’Ars, Antonello Cracolici, e un papa straniero, Emiliano Abramo. Finché restano aperte le ferite interne, però, qualsiasi candidatura rischia di partire svantaggiata rispetto a chi, nella coalizione, si è mosso con largo anticipo.

Non si tratta dei Cinque Stelle, i quali non sono mai riusciti a esprimere una leadership capace di trasformare il consenso in una prospettiva di governo. Guidare la Regione richiede esperienza politica, capacità amministrativa e una squadra all’altezza: strumenti che il Movimento non ha dimostrato di possedere e che la disponibilità del coordinatore Nuccio Di Paola a candidarsi non basta a procurargli. Quella macchina, peraltro, Di Paola la conosce anche dai piani alti: è vicepresidente dell’Ars e componente del consiglio di amministrazione della Fondazione Federico II.

Proprio la Fondazione aveva affidato a Sabrina De Capitani, allora portavoce del presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e finita al centro dell’inchiesta che coinvolge anche il meloniano, un incarico da 72 mila euro per quattordici mesi. Una sovrapposizione di ruoli sulla quale resta una domanda: Di Paola era stato informato dell’operazione e quali controlli aveva esercitato? La presenza grillina negli organi di vertice non consente di sottrarsi al problema. Per proporsi come forza di rottura bisogna spiegare anche quanto si è riusciti a contrastare dall’interno delle istituzioni. E sotto questo aspetto il curriculum di Di Paola mostra delle lacune.

Le candidature più definite arrivano così dalle formazioni minori. Il medico di Lampedusa Pietro Bartolo ha ricevuto l’investitura di Matteo Renzi alla Leopolda, con il sostegno di Italia Viva. Ismaele La Vardera corre con Controcorrente, movimento che deve ancora misurare alle Regionali il proprio peso. La Vardera, adesso, prova ad aggiungere qualcosa alla propria candidatura. Nell’ultimo appello invita le opposizioni a incontrarsi, costruire un programma e mettere da parte personalismi (proprio lui!) e diffidenze. Annuncia la ripresa del viaggio «UnoXUno» nei comuni siciliani e il «Cantiere dello Stupor Mundi», destinato a diventare anche un manifesto politico. Soprattutto introduce una correzione di prospettiva: dalla denuncia alla proposta, dall’indignazione alla costruzione.

«Non importa chi sarà il primo della fila», scrive. Una frase che andrà misurata quando la coalizione dovrà scegliere davvero, ma che intanto sposta il confronto. La Vardera tenta di presentarsi come promotore di un’iniziativa comune, oltre che come concorrente per Palazzo d’Orleans. È un tentativo di occupare lo spazio lasciato libero da un Pd ripiegato su se stesso. Resta da vedere chi risponderà all’appello e quanto ciascuno sarà disposto a mettere in discussione.

C’è infine il candidato intermittente, Cateno De Luca. Quello che in Sicilia dichiara ancora di avere “mani libere”. Aveva tenuto aperta la porta delle primarie del centrosinistra, ricevendo inviti e aperture. Ora la convention romana di Sud chiama Nord e Sindaci d’Italia mette in programma ministri del governo e l’intervento di Ignazio La Russa e Giorgia Meloni. Chi immaginava di allargare la coalizione fino a comprenderlo ha dovuto prendere atto che Scateno ha preso un’altra direzione, e da lì non tornerà indietro.

Nel frattempo il tavolo del centrosinistra aspetta di ripartire. Alla riunione del 24 settembre si annunciava un’accelerazione: programma in ottobre, poi scelta del candidato. A fine mese si discute ancora del metodo e bisogna perfino capire chi convocherà il prossimo incontro. Con questi chiari di luna, il centrodestra non ha alcuna ragione di preoccuparsi.