I tre uomini incaricati di rimettere ordine nei principali partiti siciliani – Provenzano, Minardo e Sbardella – si ingegnano in vista della lunga cavalcata elettorale. Con strategie diverse e un potere che deriva dalla fiducia di Roma, dopo che i gruppi dirigenti locali si erano dimostrati incapaci di trovare un accordo.
L’ultimo arrivato è Peppe Provenzano, scelto dal Nazareno come traghettatore del Pd dopo le dimissioni di Anthony Barbagallo. La sua investitura prova a chiudere una stagione consumata tra contestazioni congressuali e ricorsi: dovrà ricomporre il partito e accompagnarlo alle prossime sfide. Il primo elemento d’interesse riguarda ciò che accade fuori dalle stanze democratiche: il confronto con Ismaele La Vardera.
Tra l’ex ministro e il leader di Controcorrente il canale è aperto da tempo. Provenzano aveva partecipato alla sua convention di Agrigento; nei giorni scorsi i due hanno pranzato insieme a Palermo, in un ristorante di via Ricasoli. Un dettaglio, raccontato da Repubblica, che dice molto sulla direzione politica del nuovo corso democratico. La Vardera, che si è candidato alla presidenza della Regione, può diventare il punto di convergenza di un centrosinistra ancora senza una guida condivisa.
L’interesse è reciproco. All’ex Iena servono il peso elettorale e l’organizzazione dei democratici; al Pd serve evitare che la ricerca di un proprio candidato prolunghi l’immobilismo e allarghi le distanze dagli alleati. La presenza di Provenzano, già responsabile Esteri nella segreteria nazionale, rende più praticabile un dialogo che con Barbagallo era rimasto segnato dalla diffidenza. Per La Vardera significa avere un interlocutore capace di discutere anche con Roma, dove si intrecciano gli equilibri tra Schlein e Conte. Dopo aver impiegato mesi a discutere della legittimità del segretario, il Pd ha finalmente qualcuno che può trattare sul nome del prossimo governatore.
Minardo si è spinto oltre: ha messo in discussione quello attuale. La sua nomina alla guida di Forza Italia, dopo l’uscita di Marcello Caruso, era stata accolta da Schifani con parole di fiducia e con il richiamo alla loro antica vicinanza. Il commissario, però, ha interpretato l’incarico ricevuto da Tajani come un mandato al rinnovamento, fino a pronunciare la frase che ha fatto saltare la tregua: «In Sicilia occorre una proposta politica completamente nuova». Schifani ha colto subito il destinatario del messaggio. «Prendo atto delle dichiarazioni dell’onorevole Minardo», ha risposto, annunciando una valutazione sulle «decisioni da assumere».
Dietro il linguaggio istituzionale c’erano il rancore per una ricandidatura improvvisamente rimessa in discussione e l’idea di dimettersi, mai tradotta in una decisione. Il successivo chiarimento romano con Tajani ha fermato la crisi: il segretario nazionale ha invitato il presidente a proseguire nell’azione di governo, confermando però a Minardo il compito di rinnovare il partito. La prospettiva aperta dal deputato modicano porta verso un altro candidato, anche se una decisione ufficiale non è stata annunciata. A giocarsi la successione potrebbero essere Giorgio Mulè e lo stesso commissario, che per il momento esclude una propria candidatura e attribuisce a ragioni personali il ritorno della residenza a Modica.
La campagna acquisti è il capitolo più concreto. L’ingresso dei sindaci Peppe Cassì e Maria Monisteri, a Ragusa e Modica, matura dopo il ritorno in Forza Italia di Minardo, proveniente dalla Lega, che per entrambi rappresenta un riferimento decisivo. Sotto la sua guida regionale il lavoro prosegue con Massimo Grillo, ex primo cittadino di Marsala. Anche la scelta di Gianni Occhipinti come commissario provinciale a Ragusa risponde a questa impostazione. Il presidente di Federalberghi porta esperienza amministrativa e rapporti con il mondo produttivo. Minardo riunisce sindaci, recupera figure radicate e allarga il perimetro azzurro. Il sostegno di Tajani gli consente di farlo senza dipendere dagli umori di Palazzo d’Orleans; nella cornice nazionale c’è anche l’impulso al cambiamento della famiglia Berlusconi, che lo stesso commissario ha pubblicamente valorizzato richiamando il ruolo di Marina.
Sbardella, invece, è il più prudente dei tre. Arrivato per riunificare Fratelli d’Italia dopo la gestione di Cannella e Pogliese, segnata nell’ultima fase dalle tensioni interne e dalle polemiche sul Turismoe sui fondi per la cultura, ha soprattutto amministrato gli equilibri del partito. Il suo riferimento storico è Ignazio La Russa, nella cui area ha costruito una lunga militanza; il suo investimento politico più riconoscibile è invece il rapporto con Cateno De Luca. Due legami che aiutano a spiegare la cautela del commissario e la direzione delle sue aperture.
A Scateno ha prestato persino se stesso, affiancando con Manlio Messina il deputato Francesco Gallo nella componente di Sud chiama Nord alla Camera. Un aiuto tecnico che Sbardella ha presentato come una scelta di campo verso il centrodestra, aprendo anche alla possibile candidatura del leader del movimento alla Regione: ipotesi respinta da Forza Italia e Lega. Il risultato, per ora, è un’alleanza che cambia con la latitudine: maggioranza a Roma, opposizione a Palermo. Toccherà al commissario spiegare come portarla alle elezioni.



