Renato Schifani ha perso la pazienza. Stavolta sono i conti della sanità a provocare l’ira del governatore, che minaccia la decadenza dei direttori generali incapaci di rispettare gli obiettivi di bilancio. Il messaggio è perentorio: chi sfora paga. E pazienza se a scegliere buona parte di quei manager è stata la stessa politica che adesso pretende di chiamarli alla cassa. Il presidente della Regione veste i panni del controllore inflessibile, dopo aver esercitato per quattro anni un’influenza decisiva sulla gestione della sanità siciliana. E aver assistito, senza borbottare, alla solita spartizione che ha ridisegnato le caselle di aziende e ospedali.
I numeri, intanto, sono impietosi. La Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza regionale, approvata il 3 novembre, stima per il 2026 un disavanzo sanitario di circa 650 milioni di euro, sulla base dei dati del primo semestre. Il governo confida di ridurlo a 400 milioni grazie agli interventi correttivi già richiesti. Nel 2025 il disavanzo era stato di circa 104 milioni. Adesso Schifani pretende una drastica inversione di rotta, una prova di rigore che arriva quando lo squilibrio ha già fatto il suo corso.
La sanità siciliana, però, non è una creatura sfuggita al controllo del suo governo. Schifani ha avuto tre assessori alla Salute: Giovanna Volo, Daniela Faraoni e infine Marcello Caruso. Tre figure diverse, tutte frutto delle sue scelte. Nel frattempo, ospedali e aziende sanitarie sono rimasti al centro di una negoziazione politica che non si è mai davvero interrotta. Lo dimostra la tormentata vicenda delle nomine.
Nel dicembre 2025 Schifani ha dovuto annunciare un sistema «innovativo» per scegliere i direttori generali, fondato su competenza, trasparenza e merito. A marzo è arrivato l’avviso per la revisione dell’albo regionale. La procedura prevede una prima selezione tra gli iscritti all’elenco nazionale e un secondo passaggio davanti a una commissione di esperti, chiamata a individuare una terna di candidati per ciascuna azienda. La scelta finale, tuttavia, rimane nelle mani dell’assessore alla Salute, che propone il nome alla giunta. Siamo certi si tratti di una rivoluzione, giacché l’ultima parola continua a spettare alla politica?
D’altra parte, la composizione delle rose aveva provocato uno scontro pubblico già nell’autunno del 2023. Raffaele Lombardo contestò la decisione di restringere da 89 a 47 il numero degli aspiranti manager, distinguendo fra candidati idonei e maggiormente idonei. Schifani gli rispose che la procedura era prevista dalla legge e negò qualsiasi trattativa politica sulle nomine. La polemica, però, non si esaurì lì. In un’intervista a Repubblica, l’ex governatore era tornato a invocare dirigenti capaci di dire di no alla politica, ricordando di aver allontanato durante il proprio governo i manager che non avevano raggiunto gli obiettivi. E aveva denunciato un paradosso: «Qualche manager che non ha fatto bene è stato nominato lo stesso».
Non mancavano gli esempi: Walter Messina, approdato al Civico di Palermo nonostante due precedenti commissariamenti per inadempienze gestionali a Villa Sofia-Cervello; Ferdinando Croce, scelto per l’Asp di Trapani e poi sospeso dalla stessa Regione dopo lo scandalo dei referti istologici, prima delle dimissioni. A rendere ancora più controverso il quadro è intervenuta l’inchiesta sulle nomine e sugli appalti che ha coinvolto Totò Cuffaro e l’ex manager di Villa Sofia, Roberto Colletti, entrambi destinatari delle contestazioni della Procura.
In questi giorni, Schifani ha tirato fuori dal cilindro un’altra possibile soluzione: l’Azienda Zero. Una struttura regionale chiamata a centralizzare gli acquisti di farmaci, dispositivi e apparecchiature, uniformare le procedure e ridurre gli sprechi. Il governatore la inserisce nella strategia per il risanamento, insieme a un sistema informativo contabile capace di monitorare i costi. Non si tratta, però, di un’invenzione siciliana. In Veneto l’Azienda Zero esiste da anni, in Piemonte è stata istituita nel 2021 e anche la Calabria ha imboccato questa strada. Esperienze differenti, non automaticamente sovrapponibili, ma sufficienti a dimostrare che la Regione non sta esplorando territori sconosciuti.
Centralizzare gli acquisti può produrre economie. Non garantisce, però, che la gestione diventi impermeabile alle interferenze. Il punto è stabilire chi governerà la nuova struttura, con quali controlli e quale autonomia. Se la politica conserverà il potere di scegliere i vertici e orientarne le decisioni, il rischio sarà quello di concentrare in un unico luogo le pressioni oggi distribuite fra le aziende.
Un’altra questione aperta è legata al Piano di rientro. Fu sottoscritto il 31 luglio 2007 e, dopo diciannove anni, continua a condizionare le possibilità di spesa e la programmazione sanitaria. Nel maggio 2025 Schifani annunciava di essere al lavoro per uscirne «in tempi brevi», sostenendo che il disavanzo fosse stato praticamente azzerato e che restasse da migliorare la qualità dei Livelli essenziali di assistenza. Una prospettiva che oggi deve fare i conti con ben altre cifre. La Sicilia resta sottoposta alla disciplina del Piano e il superamento richiede risultati verificabili tanto sul piano finanziario quanto sulla qualità dell’assistenza.
I vincoli, peraltro, incidono sulla capacità di programmare personale e investimenti, mentre gli ospedali devono fronteggiare carenze di organico, liste d’attesa e una domanda di assistenza che non diminuisce. I cittadini, infatti, continuano a misurare il funzionamento della sanità sulla possibilità di ottenere una visita, un esame o un ricovero in tempi ragionevoli. Tenere insieme equilibrio dei bilanci e qualità dell’assistenza dovrebbe essere la priorità. Invece il dibattito torna periodicamente a concentrarsi sui nuovi assetti di comando.
Adesso Schifani pretende risultati e minaccia sanzioni. La legge gli consente di intervenire, purché le contestazioni siano fondate su responsabilità effettivamente accertate. Ma la rimozione di qualche direttore generale non può esaurire la questione. Dopo tre assessori, una riforma delle nomine, un’Azienda Zero ancora da realizzare e quasi quattro anni di governo, le responsabilità investono anche chi ha definito le regole e scelto gli interpreti. Lo scaricabarile, da solo, non basta ad autoassolversi.

