All’Ars si apparecchia la tavola della Grande Spartenza. Con l’avvio delle votazioni in commissione Bilancio è ripartito il carrozzone che, ormai un paio di volte l’anno, tiene la politica col fiato sospeso. Manovre e manovrine di diversa levatura impegnano i settanta deputati regionali come non è mai accaduto nel corso di questa legislatura (vuota di riforme).

E quindi ci risiamo. Stavolta Schifani punta a chiudere le variazioni l’8 ottobre, concedendo all’Ars un paio di giorni supplementari in caso di necessità. Martedì i capigruppo hanno concordato il calendario, poi il presidente della Regione e quello dell’Assemblea, Gaetano Galvagno, lo hanno ribadito agli alleati. Schifani avrebbe voluto approvare la manovrina prima dell’estate; è arrivato a settembre inoltrato con un’intesa sui tempi. Quanto durerà l’accordo, una volta che dalle parole si passerà alla distribuzione dei soldi?

La posta supera i 600 milioni di euro. Per il solo 2026, il Servizio Bilancio dell’Ars calcola circa 640 milioni di nuova spesa: 342 già assegnati ai capitoli previsti nel disegno di legge e altri 297 accantonati per interventi da definire. Si conosce dunque la dimensione della torta, molto meno quella delle fette. È su quel fondo ancora da riempire che i partiti stanno facendo i conti, mentre il governo prova a tenere insieme le richieste senza perdere altro tempo.

Una prima selezione dovrebbe finire in un maxi emendamento governativo, atteso entro venerdì, con le proposte di carattere generale avanzate dai gruppi di maggioranza. Il budget di cui si parla è di 200 milioni, già compresi nella partita della manovrina: non sono soldi ulteriori da aggiungere ai 640. Il punto, piuttosto, è capire chi riuscirà a far entrare le proprie misure nel pacchetto e chi dovrà accontentarsi di una promessa in vista della “vera” Finanziaria. Le risorse vanno impegnate entro il 31 dicembre, ma per i deputati la fretta non cancella il bisogno di tornare nei collegi con qualcosa da mostrare.

Forza Italia ha riunito il gruppo all’Ars con il commissario regionale Nino Minardo e gli assessori Alessandro Dagnino e Marcello Caruso. Sul tavolo sono finite misure per introdurre l’intelligenza artificiale nelle imprese, acquistare apparecchiature sanitarie e sviluppare la telemedicina. Il partito chiede inoltre interventi per gli agricoltori alle prese con la crisi del grano e la siccità, un reddito di merito per gli universitari, più accesso al contributo libri e un progetto per favorire il rientro dei giovani nell’Isola. Ma non è tutto. Oggi Minardo vedrà a Roma gli alleati del centrodestra: sarà il momento di misurare queste proposte con quelle degli altri partiti, prima che il confronto si trasferisca definitivamente nei voti della commissione e dell’Aula.

Poi ci sono le mance, ribattezzate Fondo per gli investimenti territoriali, o FIT. Il nome è nuovo; resta la richiesta dei parlamentari di finanziare interventi nei territori di riferimento. Sul valore del fondo non c’è ancora una cifra definitiva: si era partiti da ipotesi di 50 milioni, mentre le stime più recenti parlano di circa 100. Anche il riparto è ancora in costruzione. La soluzione allo studio privilegia i Comuni, lascia una quota agli enti ecclesiastici e riserva almeno il cinque per cento agli enti locali rimasti fuori dall’elenco degli interventi: quelli senza un santo in paradiso.

L’elenco, secondo la formula prospettata, non sarebbe scritto nella legge: arriverebbe alla fine con un ordine del giorno. Su quel documento non si potrebbe chiedere il voto segreto, così da schivare l’incubo dei franchi tiratori. La maggioranza cerca di garantire ai deputati una strada per finanziare opere nei territori e, nello stesso tempo, di evitare che proprio il riparto diventi l’occasione per un’imboscata. Resterà da giudicare la lista, se e quando sarà pubblica: quali interventi sono stati scelti, per quali importi e in base a quali criteri.

I Comuni, intanto, chiedono soldi di tutt’altra natura. ANCI Sicilia ha sollecitato 100 milioni in più per i trasferimenti ordinari, richiamando le difficoltà a pagare servizi sociali, mense, trasporto degli alunni e assistenza. Il confronto è istruttivo: da una parte un aumento delle risorse da ripartire fra gli enti locali; dall’altra fondi territoriali assegnati a interventi individuati nella trattativa fra governo e deputati. Entrambi possono arrivare ai Comuni, ma rispondono a esigenze e soprattutto a metodi diversi.

Il Pd ha detto di non essere interessato alle mance. Una presa di distanza, fin qui, più timida che combattiva. Il gruppo di Michele Catanzaro ha presentato emendamenti per 330 milioni, dalle liste d’attesa al sostegno all’agricoltura, dagli affitti ai centri diurni per l’autismo. Il capogruppo assicura che non farà ostruzionismo, ma intende usare gli strumenti dell’opposizione per discutere le proprie proposte. La maggioranza, dunque, dovrà conquistarsi ogni passaggio. Soprattutto dovrà badare ai propri voti: è lì che Schifani ha incontrato le sorprese peggiori.

Il precedente dei franchi tiratori è troppo vicino per essere archiviato con una stretta di mano. Nella manovra precedente norme sostenute dal governo sono cadute a scrutinio segreto, con voti del centrodestra sommati a quelli delle opposizioni. La legge, alla fine, è passata; non prima di avere esibito le crepe della coalizione.

Per ora la commissione Bilancio, presieduta da Dario Daidone, ha dato il via libera ad alcuni articoli del testo base. Fra questi ci sono aiuti sui finanziamenti a famiglie e imprese e risorse per gli affitti. È passato anche un emendamento del Pd che riserva due milioni della misura sui mutui ai residenti delle aree interne. Ma siamo soltanto all’inizio della corsa.

Schifani, però, ha bisogno di chiudere questa partita per aprire la successiva. Il governo vorrebbe presentare la Finanziaria entro ottobre e farla approvare prima della fine dell’anno. Per molti deputati sarà un’altra occasione, e forse l’ultima della legislatura, per riportare risorse nei collegi. Lunga vita alle mance.