A pochi giorni dalla scadenza, Agrigento, uno dei tre capoluoghi siciliani chiamati a rinnovare la propria amministrazione, ha un solo candidato a sindaco, un esponente del movimento di La Vardera sostenuto dalle forze del centro-sinistra.
Ché chiamarle “forze” risulta quanto meno esagerato, vista l’esiguità della loro consistenza rispetto a quella della “invencible armada” della destra, almeno se riuscirà a trovare l’unità.
Fino ad oggi da quelle parti si susseguono annunci e smentite e si palesa una condizione paradossale che difficilmente può essere letta con le chiavi della politica, della quale non ha nessun carattere e che non lascia peraltro intravedere il benché minimo riferimento agli interessi della città, della polis, giusto.
Ad Agrigento la politica, o piuttosto l’esercizio del potere che per tale usa spacciarsi, ha avuto tradizionalmente un peso predominante, perfino soffocante di una realtà economica asfittica, socialmente scombinata, culturalmente inadeguata.
Oggi quel fenomeno è ancora più palpabile ed evidente per il degrado culturale e morale che investe i partiti della maggioranza e alcuni dei suoi esponenti che delle istituzioni hanno fatto strame, del controllo delle istituzioni locali e del comune, in primo luogo, una ragione di vita, uno strumento di affermazione personale, non avendo carte da giocare in altri settori, al di là della capacità di alimentare il consenso con un rodato meccanismo di clientele e di favori.
È gente che non arretra neppure di fronte a quanto è successo o può ancora succedere sul versante del controllo di legalità e litigano furiosamente per garantirsi in ogni modo un ruolo nella vita pubblica locale o sul palcoscenico ben più importante e redditizio di quella regionale.
In fondo solo così si può capire quanto sta avvenendo.
Il pallino è in mano a quattro o cinque persone, tra deputati regionali e nazionali, ciascuno alla ricerca del proprio uomo di fiducia, di un candidato che offra le migliori garanzie, non certo per amministrare la città, ma per il servizio e la fedeltà che può garantire, anche in vista del prossimo rinnovo dell’Assemblea e del Parlamento.
A rendere difficile la composizione del puzzle, concorrono poi alcune situazioni che hanno modificato o stanno modificando i rapporti di forza tra i partiti della destra.
Giocano l’appannamento del gruppo della Nuova democrazia cristiana per la vicenda giudiziaria di Cuffaro, l’indagine a carico del parlamentare nazionale Pisano coinvolto in una storiaccia del teatro Pirandello, ridotto ad un bancomat di alcuni gruppi locali, e infine il procedimento per Di Mauro, il più longevo gestore del potere in quella città.
E assieme a loro, ci sono i deputati regionali, l’operoso e silenzioso Gallo di Forza Italia e Giusy Savarino, assessora di Fratelli d’Italia che dai guai di Pisano può trarre forza e ruolo maggiori.
A questi protagonisti di una politica sganciata dagli interessi della comunità, dà forza e legittimazione una piccola borghesia delle professioni che li sostiene consapevolmente e senza remore, li vota dicendone magari peste e corna sperando comunque di venire cooptata, di finire dentro un modesto, lucroso gioco di dare ed avere. Così tutto diventa una parodia della politica. E una parodia sembra il candidato che una parte della destra, almeno fino ad oggi, ha proposto, tale Alonge senza storia né passato, o piuttosto con una storia che non sembra proprio splendente.
I leader, per così dire, della politica agrigentina o alcuni di loro sono arrivati a questa scelta dopo avere testato il vegliardo Sodano ed incassato il diniego di Firetto al quale, malgrado per cinque anni sia stato all’opposizione dell’attuale amministrazione, è stato chiesto di fare da paravento al loro potere, di ricoprire un ruolo quasi formale di capo dell’amministrazione, con assessori di loro fiducia e programmi di loro interesse.
Intanto continuano ad andare in giro e a cercare voti i candidati o i possibili candidati al consiglio comunale, con tanto di santino, senza il nome del sindaco e senza il riferimento all’alleanza che dovrebbe sostenerlo.
Il sarcasmo ha accompagnato la chiusura di Capitale italiana della cultura, un’amara ironia potrebbe avvolgere quest’altra farsesca vicenda.
Comunque, entro la prossima settimana, i partiti della destra dovranno trovare un candidato sul quale convergere, o magari, non accordandosi, tirarne fuori più di uno. Nell’un caso e nell’altro, probabilmente vinceranno le elezioni. Perché ad Agrigento, più che altrove, quel passaggio fondamentale per le istituzioni democratiche potrebbe avere un esito scontato. L’indignazione continuerebbe così a limitarsi al mugugno, accompagnato dalla ricerca del favore, dalla vicinanza all’area di un potere un po’ straccione e comunque importante in una città lontana periferia di un Paese moderno, dove della modernità si stenta a trovare traccia.


