È difficile che abbia seguito la proposta di legge che restituisce ai componenti dell’Assemblea il potere di eleggere il presidente della Regione.

L’iniziativa di Dario Safina, Valentina Chinnici e Nello De Pasquale del Partito democratico, al di là di un improbabile risultato finale ha comunque il merito di aver buttato, come usa dirsi, un sasso nello stagno.

L’ipotesi di abolire l’elezione a suffragio universale per tornare a praticare la via parlamentare, in ogni caso potrebbe dar vita ad una riflessione anch’essa molto remota, l’acqua di quello stagno essendo immota e limacciosa da non consentire alcuna increspatura.

Lo spazio per un dibattito non solo in Sicilia si è ridotto fin quasi a scomparire e la voglia di tirare avanti, di sopravvivere riducendo il ruolo politico ad una pratica formale, elitaria, quasi ininfluente è ormai un dato che accomuna l’intero schieramento dei partiti.

Eppure, il tema posto da quei parlamentari meriterebbe di essere approfondito. Potrebbe risultare utile, dopo tanti anni, ripensare al percorso intrapreso con la fine della prima Repubblica che ha portato alla cancellazione della mediazione dei partiti e del loro ruolo, allo svuotamento dei corpi intermedi, alla contrazione della funzione degli organi legislativi, allo sbilanciamento dei poteri a vantaggio dell’esecutivo.

Evitando di prenderla da lontano, l’esperienza siciliana, per certi versi analoga a quella delle altre regioni, dai primi anni duemila, da quando si è scelta la elezione diretta del presidente, ci dà elementi sufficienti per porci delle domande. Quella scelta ha migliorato la qualità della democrazia, ha elevato il livello della legalità, ha dato prestigio alla politica, ha mantenuto e rafforzato il suo rapporto con i cittadini, ha conseguito risultati positivi per la vita della gente?

A rischio di una semplificazione, inesorabile nello spazio di un articolo, e tenendo conto dell’abbassamento complessivo, in Italia e non solo, del livello dell’attività pubblica, la risposta è sicuramente negativa.

In questi anni nell’Isola e nel resto del Paese si è affermato il potere esorbitante di nuovi protagonisti, di veri e propri cacicchi autoproclamatisi governatori, che hanno esercitato una sorta di contropotere nei confronti di altri livelli istituzionali, Stato compreso, hanno aumentato il livello della spesa pubblica e si sono sottratti ad ogni verifica dei risultati.

Questo andazzo ha ridotto poi all’irrilevanza i consigli regionali.

Per tornare alle nostre latitudini, chi è in grado di sostenere che l’elezione diretta di Cuffaro, Crocetta, Musumeci e Schifani abbia consentito all’Autonomia di dispiegare meglio di prima le proprie potenzialità? O non c’è stato, viceversa, un evidente decadimento del livello politico, non attribuibile solo alla responsabilità di coloro che ho richiamato, che comunque una parte non secondaria di responsabilità hanno avuto?

Chi è in grado, tra i nostri lettori, di ricordare una scelta, un’iniziativa di qualche importanza, assunta dai deputati per segnalare la propria presenza, per dar senso al ruolo, magari solo per rendersi noti?

Dell’Assemblea, della funzione legislativa, c’è traccia? Esiste dopo più di vent’anni una proposta in grado di incidere seriamente sull’economia, sui servizi, sulla sanità, sull’istruzione?

A discolpa dei deputati si può invocare la totale assenza di risorse destinate a finanziare iniziative di legge, il bilancio essendo dedicato quasi per intero alle spese d’obbligo. Ma pur con tutte le attenuanti, la verità è che da tempo non esiste un ruolo dei singoli parlamentari, dei gruppi, dei partiti.

E poiché un organo, solo per il fatto di esistere, deve trovare una qualche giustificazione, si è innescato un perverso rapporto tra i presidenti della Regione e l’Assemblea. Da una parte i pieni poteri, magari solo quelli di alimentare una macchina elefantiaca che per lo più gira a vuoto, di distribuire stipendi, di conferire incarichi, di sfibrarsi nel comporre i contrasti tra le forze della maggioranza; dalla parte dei deputati, un ruolo residuale alla ricerca di modesti risultati, con iniziative spesso prive di valore, utili semmai dal punto di vista elettorale, o mirati a premiare, quelli della maggioranza si capisce, capi elettori con l’assegnazione di ruoli nei centri di potere.

E poi, ancora per segnalare la propria esistenza in vita, il ricorso ad una permanente litigiosità, che in qualche caso finisce per vanificare rari tentativi di raggiungere anche utili obiettivi.

La proposta degli esponenti democratici, malgrado preveda la sfiducia costruttiva, l’obbligo, vale a dire, di indicare la nuova maggioranza e il nuovo presidente, giusto come succede in Germania, potrebbe essere liquidata per il rischio di far tornare alla instabilità che fu propria dei tempi della prima Repubblica. Oggi poi, ci sarebbe l’aggravante che, a differenza di allora, i partiti, chiamati a orientare e a tenere entro i limiti di un progetto comune i propri deputati, non esistono più.

Resta da chiedersi comunque a cosa serve la stabilità. Può garantire al presidente eletto cinque anni di vita, magari difficili e tormentati, e ai deputati la certezza di rimanere anch’essi al loro posto per il tempo della legislatura.

I firmatari della proposta hanno avuto un’idea originale e forse per primi loro sono consapevoli di aver messo in piedi solo una bella provocazione.

In un tempo di leaderismo, sempre più lontano da culture e pratiche liberali, temo che non ci sia spazio né per la sua approvazione e neppure per una riflessione.