Giuseppe Sottile

Ci informano su Ambelia
ma non sul Coronavirus

Musumeci torna ai cavalli di Ambelia. Sulle tv nazionali è comparsa la pubblicità di una mostra equina in programma per ottobre in quel fazzoletto di terra compreso tra Scordia e Militello, paese natio del presidente della Regione. Il quale, come si vede, trova tutti i soldi necessari per rilanciare sport, turismo e divertimento ma non dedica un euro alla comunicazione istituzionale. Per esempio. In quali laboratori è possibile eseguire un tampone? A quali procedure deve sottoporsi uno studente positivo al Covid prima di rientrare in classe? Chi dovrà assumersi la responsabilità di chiudere i battenti nel caso in cui la scuola dovesse rivelarsi un focolaio di infezione? Servirebbero risposte certe. Ma il colonnello Nello non informa adeguatamente i siciliani. Non martella sulla prevenzione. La testa gli fa dire che è..

Ma com’è lontano
il cielo del Veneto

Forti, potenti, invincibili. Il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha saputo trasformare la propria regione in un regno. Ha raccolto un consenso che non ha eguali nella storia e oggi dispone di un carisma, all’interno della Lega, che gli consente di contrapporsi, se vuole, a Matteo Salvini. Non è il solo. Anche Vincenzo De Luca ha trasformato in un regno la sua Campania. E lo stesso ha fatto Michele Emiliano in Puglia. Piaccia o no, l’ultima tornata elettorale ci ha detto che al populismo cialtronesco di Salvini e Di Maio si contrappone ormai un populismo più concreto, più operoso, meno estremista, più trasversale: quello dei governatori. Ci rifletta il presidente Musumeci. Forse troverà il coraggio di abbandonare per strada bulli e sfasciacarrozze e di scegliere finalmente la via del buongoverno...

Perché al referendum
ho votato tre volte no

Confiteor. Confesso che al referendum ho votato di pancia e ho votato no. L’ho fatto per dire no ai moralisti come Luigi Di Maio che odiano la politica ma sanno come salvaguardare i loro privilegi e come nascondere i loro sprechi. Per dire no ai manettari come Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, la cui massima aspirazione è quella di trasformare l’Italia in un grande, immenso e irrevocabile Ucciardone. Ma anche per dire no al cinismo con il quale il Pd di Nicola Zingaretti ha svenduto le proprie idee, la propria storia e la propria cultura pur di mantenere le poltrone che l’alleanza con i grillini gli ha consentito di conquistare. Ho votato no, tre volte no, perché voglio essere governato dal partito della ragione e non dalla paura con la..

Quel che resta del Pd,
partito dello scendiletto

Ma dove sono finite le ardimentose brigate della sinistra italiana? Dove sono finiti gli eredi del glorioso partito comunista, quello di Pio La Torre, o i baldi rappresentanti della società civile, sempre così vaporosi nell’affermare i diritti e nel cogliere il vento che tira? I consiglieri del Pd a Palazzo delle Aquile hanno fatto finta l’altro ieri di non vedere gli scandali di Palermo – tonnellate di rifiuti per strada, le bare accatastate al cimitero dei Rotoli – e non sono riusciti a spiccicare una sola parola contro il sindaco Orlando e le sue scempiaggini. Stessa scena ieri all’Assemblea regionale. Quando si sono trovati di fronte al bullo di Musumeci che non sapeva come spiegare il fallimento della Finanziaria, i deputati del Pd avrebbero dovuto quanto meno prenderlo a calci...

Il presidente e il bullo
Ecco come governano

Quando il presidente Musumeci e il suo bullo di fiducia entrano a Palazzo d’Orleans ti viene naturale pensare che vadano lì per trovare soluzioni contro la crisi che affligge l’economia siciliana. Pensi che stiano piangendo sui 76 mila posti di lavoro persi nei mesi della pandemia o sugli studenti disabili che non sanno come affrontare il nuovo anno scolastico. Invece no. I due campioni del buongoverno hanno pensato bene di concentrarsi sulla nomina della commissione che dovrà approntare il progetto per la costruzione del mastodontico centro direzionale della Regione. Gli ultimi magheggi di bilancio prevedono una spesa di 425 milioni. Soldi che chissà quando si vedranno; se mai arriveranno. Ma bullo e presidente vogliono bruciare i tempi. Non hanno in cassa un euro per i disabili o i disoccupati. E..

Le catene di Palermo,
città del Sud America

Non bastavano le imprese truffaldine che da oltre dieci anni fingono di lavorare all’anello ferroviario e che intanto hanno sequestrato intere fette di Palermo, da viale Lazio a via Emerico Amari, fino a via Ruggero Settimo, trascinando in una crisi mortale decine di negozi e imprese commerciali. Non bastavano gli indecenti cumuli di rifiuti che occupano e ammorbano strade e marciapiedi, soprattutto nei quartieri dimenticati da sempre, da Borgonuovo all’Albergheria. Alla fine sono arrivate pure le piste ciclabili. Che hanno sottratto altro spazio alla circolazione di pedoni e automobilisti. Una scelta dissennata. Che ha trasformato Palermo in una “ciudad ammurillata”. Garcia Marquez chiamava così Cartagena, città colombiana, soffocata da mille insormontabili muri. A noi non resta che ringraziare Leoluca Orlando, sindaco di una città ad alta vocazione sudamericana.

Una pista ciclabile
di piritolli e utopisti

In questa Palermo “regia e conventuale” i motivi per piangere non mancano. Basta dare uno sguardo alla vergogna dei Rotoli con oltre cinquecento bare accatastate in un magazzino come rifiuti in una discarica. O al dramma della Rinascente di via Roma che sta per chiudere, ultimo esempio di una città che scivola “verso il fondo senza mai toccare il fondo”. Ma il sindaco Orlando e il suo assessore alla Mobilità hanno voluto anche regalarci un momento di inarrivabile comicità. E lo hanno fatto assegnando a Palermo uno sfregio privo di senso e di utilità: hanno sventrato alcune arterie di grande traffico; hanno portato il parcheggio delle auto al centro della carreggiata e hanno realizzato le piste ciclabili. Con un brillante risultato: che su quelle piste non si è mai visto..

E ora canterà
nei matrimoni

Teneva il mondo tra le mani. Era il padrone assoluto della procura di Palermo. Aveva il modulo. E con quel modulo poteva mettere sotto scopa tutti i presidenti e tutti gli uomini potenti. Si inventò l’inchiesta più scandalosa di tutti i tempi e su quell’inchiesta costruì il suo regno. “Ragioni di giustizia”, diceva. E così dicendo entrò trionfalmente a Palazzo Chigi e anche nei saloni del Quirinale. Lo incensarono giornali e settimanali, inviati e conduttori. Lo chiamarono pure in Guatemala. Poi, quando credette di toccare il cielo con un dito scese in politica e tentò il colpo grosso. Era un baritono voleva cantare da tenore: “All’alba vincerò”. Ma stramazzò al suolo. Fallita l’ambizione del governo ha trovato rifugio nel sottogoverno. Ma non ha esorcizzato la disfatta. Ora si è candidato..

Se anche l’emergenza
diventa una pacchia

Ci dite per favore che cosa funziona in questa sventurata terra di Sicilia? Arriva lo scirocco, i piromani entrano selvaggiamente in azione, divampano gli incendi da Altofonte allo Zingaro, ma la macchina dei soccorsi stenta a contrastare il furore delle fiamme. Ci si ricorda che la Regione paga ventimila forestali e si scopre – puntualmente si scopre – che solo poche decine di uomini sono addetti alla sorveglianza e alla prevenzione. Gli altri sono imboscati negli uffici, o a conciliare l’impiego con il lavoro nero. Diciamolo: questa Regione vive solo di emergenze: dagli sbarchi di Lampedusa al fuoco che ogni anno divora ettari di bosco. E il governatore Musumeci che fa? Lo trovate a tutte le ore in tv. A piagnucolare, a protestare, ad auspicare. Doveva fare la riforma del..