Nella università in cui insegnavo prima facevo anche il Delegato alla Comunicazione, con le maiuscole, e avevo dovuto studiarmi questa faccenda dei ranking, cioè delle classifiche delle migliori università del mondo, più che altro perché periodicamente arrivavano e-mail di agenzie “internazionali” (ecco una parola da prendere a ceffoni, sempre) che offrivano i loro servigi, in cambio di laute cifre, per far sì che la nostra università scalasse i ranking, onde figurare magari sempre duecentoquarantesima nel mondo, ma cinquantacinquesima in Europa, e quinta in Italia. E poi, a catena, titoli sui giornali e in rete, servizi al telegiornale, e famiglie che anziché iscrivere l’erede all’università sotto casa l’avrebbero iscritto da noi. Noi naturalmente non abbiamo mai cacciato una lira (i trentini sono gente seria), ma ho dovuto imparare a mie spese che c’è tutta un’economia che campa intorno alle università e alle loro reputazioni.
“C’è tutta un’economia che campa” attorno alle università è una delle cose di cui mi sono accorto in questo quarto di secolo successivo alla riforma, o meglio alla serie di riforme che – a mio gusto – hanno reso le università un po’ troppo simili ad aziende e un po’ troppo permeabili agli interessi delle aziende: quelle che producono hardware e software, quelle che stampano riviste e libri finanziati dallo stato, quelle che danno consulenza nel campo delle comunicazioni, dell’organizzazione di eventi eccetera. Negli anni, mi è parso che l’arrosto-università (le lezioni, la ricerca) si sia fatto sempre più piccino, e sempre più gigantesco il contorno formato da cose e persone che con l’università non hanno e forse non dovrebbero avere a che fare.
In questo contorno ci sono appunto anche le agenzie – private, e per lo più angloamericane: Times Higher Education, Quacquarelli Symonds eccetera – che stilano i ranking e sulla base di vari parametri decidono che l’università X merita di stare tra le prime dieci del mondo e l’università Y dopo la numero cinquecento. Non lo fanno gratis e non lo fanno disinteressatamente, come dicevo, dal momento che offrono tra l’altro consulenza intorno al modo in cui l’ateneo Y potrebbe migliorare la sua posizione nelle classifiche che esse stesse hanno elaborato: Times Higher Education Consultancy, si legge sul loro sito, “è in grado di offrire una valutazione personalizzata e riservata delle prestazioni della vostra istituzione in relazione ai cinque pilastri e alle specifiche metriche alla base del The World University Rankings (Wur), con un approfondimento dedicato alla più ampia gamma di indicatori bibliometrici che verranno utilizzati in futuro”. Continua su ilfoglio.it


