Con la stessa noia di un tormentone estivo, prosegue in Sicilia la stolida, estenuante discussione sul rinnovo del mandato a Schifani. Interviene ora il già ministro del centrosinistra Cardinale, passato adesso a Forza Italia alla guida di un discreto gruppo di deputati regionali. Ora il presidente attuale del Senato, fondatore di Fratelli d’Italia, dopo una gloriosa militanza nel vecchio partito di Almirante e poi di Fini.

Entrambi giudicano positivamente l’esperienza del governo regionale con richiamo al risanamento del bilancio e all’avanzo notevole registrato tra poco tempo, che renderà disponibili per la spesa forse sette miliardi. Valutano cioè positivamente l’esperienza fatta fin qui. Entrambi però per prudenza, premettono o postillano che le loro sono opinioni personali e che a decidere saranno altri.

E questi altri innominati sono però fuori dall’Isola, a Roma. E si può presumere che essi facciano riferimento ai segretari o signori dei partiti di cui consta o consterà la coalizione che ha espresso la maggioranza. Che siede in questo momento a Roma, indaffarata con le guerre e l’inflazione da caro carburanti e generi alimentari.

Ecco, sarebbe saggio, poiché non si decide l’ultima scelta, quella che conta davvero, astenersi dal commentare la richiesta più volte avanzata dall’attuale presidente della Regione. E che in sostanza consiste nel reclamare il completamento del mandato ricevuto quattro anni orsono. Impresa per la quale ci sarebbero le premesse nel buon governo fin qui svolto ma occorrerebbe, come si vede acutamente, un altro mandato per completare l’opera.

Comprensibile anche se un po’ troppo ansiosa, la richiesta. Inspiegabile il clamore che ad essa si attribuisce, quando manca più di un anno alla conclusione della legislatura. Anche perché, con la premessa doverosa che chi consiglia esprime un parere, foss’anche autorevole, ma non decide, si corre il rischio di proclamare la propria irrilevanza.

Molto più saggia la Meloni che sarà tra i decisori finali, la quale non batte ciglio e non muove la coda in questa materia. Indaffarata nei guai che la politica internazionale e il cattivo carattere di Trump le procurano. Immersa nelle preoccupazioni che l’aumento del prezzo dei carburanti provoca al suo governo di lunga durata e sicuramente infastidita dalle beghe che periodicamente scuotono la maggioranza. L’ultima delle quali tra Salvini e Tajani a proposito della tassazione dei profitti definiti extra come le misure delle camicie.

Insomma, sarebbe buona regola non discutere di rinnovi mentre si deve ancora finire il lavoro. E sarebbe anche bene occuparsi della vera questione che interessa i siciliani come del resto gli italiani tutti. E cioè di quanto sia divenuta più cara la vita e di come aumenterà ancora, dato che la calura estiva ha bruciato il grano e altri raccolti.

E che il già gramo bilancio pubblico, con un debito che ha superato i tremila miliardi, non concede troppo spazio alle richieste americane di investire di più in sicurezza e armi, a parte il ricorso a prestiti europei come si è fatto in questi giorni.

Questioni veramente delicate che saranno loro a influire sulla materia di cui si discute vanamente prendendo alla gola molto di più dei mandati di presidente di Regione, compresa la speciale Sicilia. Che verranno esaminati, si presume a tempo debito e con riferimento a tutte le regioni. In una logica nota di trattativa, di scambio, di compensazioni e di tutte le alchimie cui i governi di coalizione ci hanno abituati.

Perciò è meglio stare al “quia” senza pensare ad un domani che certamente non sarà facile. Perché, come ha notato Musumeci non riconfermato la volta scorsa ma ministro adesso, non ci sono regole, disattese di già la volta passata, ma solo soluzioni provvisorie. Che cambiano secondo le logiche del potere. E scaturiscono dai suoi variabili e imprevedibili intrecci.