Il paese di Gangi, in provincia di Palermo, tra il Parco delle Madonie e quello dei Nebrodi, non è Macondo, e non si trova in Sudamerica, ma, se i nord globali sono diversi tra loro, i sud del mondo si assomigliano tutti un po’. Ecco quindi un’allegra epopea sudamerican-sicula, senza pappagalli ma con tanti muli, ad aprire il secondo romanzo di Giuseppe Sottile, in arte Peppino, il nostro supremo capo di questo inserto del weekend del Foglio. Superato lo scoglio incestuoso, dichiarato il traffico di influenze, ci si tuffa in “Palermo di chitarra e coltello” (Einaudi Stile Libero), romanzo da camera, anzi tricamere, con vista e cucina. Tre come i movimenti che lo compongono, il primo fatto di reminiscenze appunto da un sud magico, che riportano un po’ a García Márquez; il secondo una raccolta di affreschi della vita da giovane cronista al leggendario L’Ora di Palermo; infine una riflessione e una “chiusa” poetica arrivando a Borges, che decide il titolo, la “Palermo del cuchillo y de la guitarra” dove lì Palermo è un quartiere di Buenos Aires, qui la città più misterica d’Italia, la città “di granato e argento”, per dirla con un altro fantasma letterario che aleggia nel libro, il Lucio Piccolo cugino-poeta di Tomasi di Lampedusa (altri fantasmi resident sono naturalmente Bufalino e Sciascia…).
Si parte dall’infanzia povera, poverissima, mi racconta Sottile, in quest’impresa ardua che era arrivare a Palermo, cinque ore di autobus, dal paesello dove si dava rigorosamente del voi al padre, anzi “vossia”, ma era una povertà rallegrata tra le altre cose da una sala di barbiere, un fantastico teatro di giochi e solfeggio, e da un’orchestrina con cui si fanno le serenate alle ragazze e poi da un improvviso avvenimento spettacolare: un giorno, si va per la prima volta a vedere il mare. Di nuovo, Macondo. “Tutto girava attorno alla parola pane. Mio padre, che era sellaio, e costruiva i basti, cioè le selle rustiche per i muli, non diceva ‘vado a lavorare’, ma ‘vado a guadagnare il pane’”, racconta Sottile dalla sua Palermo. “La campagna era ‘pane nero’, per dire la difficoltà di cavarci qualche spiccio. E poi, per mandare questo figlio a studiare, al seminario dei salesiani, diceva ‘mi tolgo il pane di bocca’”. Il collegio è commovente ed esilarante con tutta una compagnia di personaggi come don Zammuto, il rettore, o don Frattallone, con la passione della musica, o don Greek, maltese insegnante di inglese, una novità a quei tempi.
Ma una novità, per il figlio di Gangi e di quella che Sottile chiama “epopea della miseria”, era già parlare in italiano, e lì i preti avevano un diabolico sistema, mi racconta, un anellino che si chiamava “accipe”, e che si passava, di volta in volta tra allievi, a chi veniva sorpreso a esprimersi in dialetto, e l’ultimo a cui rimaneva in mano, anzi al dito, a quel malcapitato il padre superiore lo costringeva a pene linguistiche: poesie di nuovo in inglese, e il “Padre nostro” invece in greco, perché non si sa mai che poteva arrivare un padre ortodosso (e qui Sottile me lo recita, tutto!).
Fuori dal seminario intanto irrompevano la modernità e il boom. Il dramma fu l’arrivo dell’Ape Piaggio, detta la Lapa, che sostituì il mulo e distrusse vecchie professioni che si pensavano eterne, come oggi molti temono l’intelligenza artificiale. “Mio padre che negli anni buoni fabbricava anche 350 selle, scese gradualmente a cinque, e alla fine ne morì”, racconta ancora Sottile. La micidiale Lapa era stata importata nel palermitano da un italoamericano che aveva fatto discreta fortuna negli States ed era tornato, classico zio d’America, e s’era preso la rappresentanza Piaggio. Con l’America e la Sicilia i legami erano forti, del resto; era quel periodo subito dopo la Seconda guerra mondiale, quando svettano i movimenti separatisti siculi, e tra mafiosi e picciotti si ventila l’ipotesi che la Trinacria diventi il cinquantunesimo stato Usa. Oggi Trump non se lo farebbe dire due volte! Intanto dal collegio religioso il giovin Sottile era uscito, di vocazione non ce n’era. Quindi si valutava l’iscrizione a medicina, poi si optava per filosofia, ma si faceva strada l’idea del giornalismo. Il tutto con l’ideaterrore di come mantenersi, di come guadagnarselo, il pane, sempre.
Fuori dal collegio-seminario c’è il mondo, o almeno c’è Palermo. “Ma io ci tornerei subito, al collegio dei preti, nonostante le sofferenze”, dice Sottile, e viene in mente oggi, nel mondo a progressiva analfabetizzazione, che in quella scuola si vorrebbe andare tutti, e forse il collegio dei salesiani con l’anello accipe sarà tra qualche anno un nuovo format scolastico anche per adulti. Ma se la lingua greca (e forse pure il Padre Nostro) serviranno al gruppo Gedi, appena ceduto a un tycoon di Atene, nel ’67 un simil-Scalfari si aggirava per la Sicilia: era Vittorio Nisticò, portatore di un mito giornalistico più di nicchia ma non per questo meno fascinoso di quello dell’Eugenio. “Era anche lui calabrese, e coltissimo”, dice Sottile. Era il direttore appunto dell’Ora, a cui di solito si fa seguire “di Palermo”, il giornale che creò generazioni di cronisti, e ne perse pure alcuni, ammazzati dalla mafia, altra protagonista di questo libro, insieme al giornalismo, il nostro lavoro.
Una mafia però raccontata “senza muffa sociologica”, e con molta attenzione lessicale, alla lingua di un mondo che distingueva tra “Panza alta e panza bassa”, tra “mafiosi, mafiosi di mezza tacca, picciotti”. “Tra canziati, scannaliati e piritolli”, e tante invenzioni lessicali in un insuperabile gergo pantagruel-siculo; del resto Sottile ha anche coniato il termine assai attuale di “pitonessa” per la nostra ex ministra del Turismo. E lì, il giovane cronista “biondino”, tramite faticosissimo apprendistato, preceduto da attività di “pesatore” di frutta e verdura ai mercati generali di Palermo (“altro che i rider di Glovo oggi!”), approda finalmente al giornale. E lì testimonierà anche e soprattutto una infinita stagione di guerre di mafia, una strage continua: “In 25 anni tra il 68, quando sono entrato all’Ora, e il 92 anno in cui lascio Palermo, ho visto 219 omicidi”, racconta Sottile.
E così ci sono i fatti tragici, tragicissimi, come la morte di Piersanti Mattarella, “l’unico assassinio di mafia per cui ho pianto, come mi ricorda sempre mio figlio Salvo, giornalista a sua volta, che ha cominciato proprio nel 1992, a 19 anni, con l’estate delle stragi di Falcone e Borsellino, mentre molti suoi coetanei andavano in discoteca”. E poi ci sono soprattutto i fatterelli minori di una comédie humaine e sicilienne che trova nell’ironia e nella sprezzatura la chiave per alleggerire tutto, senza dimenticare che era una guerra. Perché una guerra era. Quindi, microstorie che raccontano il colore di un’epoca. C’è il maresciallo della mobile che conoscendo la passione di un boss per le “bottane”, gli dà la caccia per 37 giorni e 37 notti nei bordelli di Ballarò, poi finalmente lo arresta, ma anni dopo, il boss si pente, e quindi viene trattato con tutti gli onori, e non ha dimenticato l’antica passione, per cui il maresciallo questa volta lo dovrà scortare per molte notti, con auto di servizio e tutto, a espletare la sua passione, negli stessi luoghi. C’è il momento in cui il giovane Sottile viene mandato a seguire i settanta boss (quanti boss!) scampati per insufficienza di prove al celebre “processo dei 114” che vengono però spediti al confino a Linosa a bordo di una motonave. L’intenzione del direttore Nisticò era di realizzare un reportage col titolo “Mafioso, piangi sulla mia spalla”. “Devi parlare con loro. Perché ciascuno di loro ti dirà di essere innocente e tu scriverai tutte le loro cazzate, una dietro l’altra. Senza reticenze né omissioni. Chiaro?”. Le cose poi non andranno proprio così. Appena partiti da Porto Empedocle, incatenati sul ponte, i mafiosi lo scrutano, il giovane cronista biondino; lo segnano a dito e ripetono per infinite volte, durante il viaggio, questa sceneggiata: “Ciccio!”, chiede il terribile boss Rosario Mancino. “Qua sono…”, risponde il boss Francesco Gambino. E quell’altro: “Ma chistu cu cazzu è?”, ghignando in faccia al povero cronista terrorizzato. E c’è Salvo Lima, poi ammazzato nel ’92, che molti anni prima parte per un tour trionfale in America, e L’Ora gli spara in prima pagina il titolo “Mister Lima va in America”. Quel “mister” diceva, sul sindaco di Palermo, molto di piú di quello che non diceva”. All’aeroporto di Chicago lo aspetta una lunga fila di Cadillac Fleetwood, tutte nere e tutte con le radio accese con i “Sons of Italy”, la confraternita italoamericana, e Lima viene accompagnato da un “paisà” che lavora alla funeral home dei fratelli Rago, quella che aveva allestito nientemeno che i funerali di Al Capone.
E ancora, nel libro, che verrà presentato a Palermo il 23 aprile all’oratorio di Santa Cita, tra gli stucchi del Serpotta, insieme al figlio Salvo, e a Pietrangelo Buttafuoco, ci sono i ristoranti di Palermo che danno da mangiare ai cronisti anche senza una lira, e qui sembra di stare in “Una vita difficile” con un Alberto Sordi giornalista idealista che cerca di mettere insieme il pranzo con la cena, lì nella Roma sbrindellata del dopoguerra e qui nella sbrindellatissima Palermo. C’è tutto il racconto di cos’era L’Ora e cos’era un giornale a quei tempi: intanto era una propaggine di una specie di syndication comunista. “Era stato fondato all’inizio del Novecento dai Florio ma poi dopo varie vicissitudini era diventato di proprietà del Pci, che ai tempi aveva qualcosa come 21 quotidiani, che spaziavano dall’Unità a Paese Sera. Erano tutti diretti da un unico amministratore, che si chiamava Amerigo Terenzi, ed erano coordinati tra loro, noi per esempio le notizie di esteri le prendevamo proprio da Paese Sera”. Poi era un giornale del pomeriggio, spiega Sottile, cioè usciva dopo pranzo, come La Notte a Milano, rispetto ad altri che uscivano (come tutti oggi) la mattina. “Nisticò voleva sempre una grande foto, in prima pagina, e una notizia breve, massimo venti righe, perché era un giornale da leggere in un tempo limitato, appunto dal pomeriggio all’ora di cena. La ricerca di quella foto era particolarmente complicata: non doveva essere segnaletica, se, come spesso succedeva, si “apriva” con un delitto. Ma piuttosto una foto emozionale: ecco allora, sempre una prostituta, una certa Ortensia, che viene rapinata, anche se all’epoca per non destare pubblico allarme il capo della Mobile informava il ministero con la dicitura “scippo improprio”. Per lo scippo improprio ai danni di Ortensia serviva la foto, ma la foto non si poteva assolutamente avere, dunque i giovani cronisti vanno della signora fingendosi poliziotti, le chiedono di mimare la scena, esattamente; lei fa tutto quello che le dicono, poi quelli estraggono il flash, e via. Il titolo, cubitale, un poco esagerato, fu: “Rapinatori in azione, Palermo trema”. Il giorno dopo, oltre al gran clamore, arriva in redazione non il capo della mobile ma il magnaccia della signora, un sottoboss che era incaricato di badarle, e invece stava in altre faccende affaccendato: “Mi avete disonorato, cornuti”. Il titolo e la foto erano una caratteristica dell’Ora, che pure nel caso del boss Liggio, uno che se ne stava sottotraccia, aveva fatto sensazione titolando invece “Pericoloso!”, a tutta pagina, rompendo una tradizione insulare di giornalismo paludato. Ma la scelta dell’immagine, e anche la decisione di decidere il titolo prima del pezzo, sono tratti che Sottile – lo posso testimoniare – si è portato poi appresso. Non che ci mandi a fotografare prostitute, oggi poi si direbbe sex worker, ma la foto possibilmente non deve essere didascalica, e il titolo, dice lui, “è come il tema in classe: si decide, appunto, prima, così uno non va fuori tema”. Sottile definisce Nisticò “dolce cerbero”, definizione che a pensarci bene si potrebbe applicare pure a lui; impossibile dimenticare cazziatoni micidiali, in passato, con la peculiare caratteristica, incomprensibile al cronista nordico, di essere preceduti da silenzi che potevano durare settimane, mesi; silenzi siculo-sudamericani da decifrare, tra Borges e Sciascia. Fin quando il cronista lombardo, sfinito da quel silenzio, chiede lui udienza, e a quel punto si becca il cazziatone.
Tutto questo, va da sé, fa parte del gran magistero di don Peppino. Ma oggi, con questo nostro lavoro, che dobbiamo fare? Spariremo come i sellai travolti dalla moto Lapa? “Non lo so, oggi è tutto diverso”. All’epoca, nel gagliardo network comunista, “c’era Mario Farinella, un redattore capo, che era l’addetto a correggere i pezzi. Armato di penna con inchiostro verde, ce li smontava e ce li rimontava. Lì imparavi il mestiere. Oggi non so se ci sia ancora qualcuno che è disponibile a dare indietro agli altri quello che ha imparato. E intanto il linguaggio si è tutto sfarinato, quello della tv si è sovrapposto a quello scritto, e quello dei social a quello della tv”. Già, il linguaggio, che poteva causare anche lapsus. “Di ritorno dalla signora Ortensia, Nisticò mi chiese com’era andata, e io risposi: ottimamente bene! Nonostante questo, firmai il mio primo pezzo! Venti righe in prima pagina!”. Poi anche L’Ora andò in crisi. Colpa, come sempre a Palermo, del traffico, scherza Sottile ma mica tanto. Difficile distribuirlo nelle 240 edicole della città, nel pomeriggio quando gli ingorghi si moltiplicavano. Il Pci poi era in crisi, e anche Nisticò viene richiamato sul continente, a Roma a Paese Sera. Sottile passa al Giornale di Sicilia.
Intanto Palermo continua a fare Palermo, a decadere più sensualmente di ogni altra città. “Si viveva, come annotava Bufalino, il lussuoso lutto di essere siciliani”. Che potrebbe essere anche, a parti invertite, il luttuoso lusso. Con Palermo, Sottile inverte la Gerusalemme del Talmud. “Dio creò la bellezza e la divise in dieci parti. Nove parti le assegnò a Palermo e una al resto del mondo. Poi prese il dolore e divise pure quello in dieci parti: nove le assegnò a Palermo e una al resto del mondo”. Ma Palermo è anche un po’ Buenos Aires, come sosteneva appunto Borges, e così torniamo al titolo. “Quando venne a ritirare un premio, nel 1984, mi raccontò di avere sognato – in una notte senza tempo, labirintica e forse inesistente – una biblioteca di Babele che, nel teatro delle evanescenze, gli sembrò Palermo. Ma Palermo di Sicilia”. Palermo insomma paradiso in terra? Welcome to meraviglia? Non esageriamo. Oggi la città è presa d’assalto da molti milanesi e romani che vi cercano una seconda patria, assolata e pieds dans l’eau, una Miami con uso di cassata. “A Palermo manca oggi un genio”, ferma gli entusiasmi Sottile, “genio nel senso di una guida, di un qualcosa o qualcuno che possa redimerla per liberarla dal suo sfiorire”. Ma come, se molti ci comprano casa! “Se molti comprano, vuol dire che molti vendono”. Risposta che solo un palermitano riesce a dare.


