Che fine ha fatto il ritorno in giunta della Democrazia Cristiana? L’operazione di maquillage del governo regionale, un “atto ineludibile” secondo Renato Schifani, avrebbe dovuto completarsi entro marzo. Invece mancano un paio di giorni a Pasqua e il partito di Cuffaro – oggi retto da tre commissari – è ancora fuori dalla porta. E potrebbe rimanerci a lungo.

Due indizi, in questo caso, bastano e avanzano per fare una prova. Il primo arriva da un retroscena raccontato dall’edizione palermitana di Repubblica. Dietro l’altolà al ritorno della Dc non ci sarebbe soltanto l’irritazione di Meloni con i Fratelli di Sicilia e, di conseguenza, l’invito a non ricadere nel trappolone della questione morale. Bensì l’intervento diretto di Antonio Tajani, segretario nazionale di Forza Italia, un po’ in declino: il diktat romano, si leggeva in un pezzo della collega Miriam Di Peri, “è di non aprire le porte della giunta a nuovi indagati. A cominciare dal nome che da mesi circola come papabile assessore in quota Dc, quello di Ignazio Abbate. Anzi, Tajani avrebbe proprio posto il veto sulla possibilità di un ritorno dei cuffariani in giunta”. Una riflessione che trova spazio anche tra i meloniani.

I meloniani dovrebbero prima guardare in casa propria, a tutti gli scandali che hanno sgretolato l’immagine di rigore e disciplina imposta dalla premier; eppure il bersaglio rimane sempre altrove. Il fatto che anche Tajani si interessi della questione morale, però, la dice lunga. Era stato il segretario forzista, oggi “insidiato” da Marina Berlusconi, a respingere l’accordo con Cuffaro alla vigilia delle elezioni Europee del 2024, presentandosi con la regina dell’antimafia, Caterina Chinnici, alla convention di Taormina e sbarrando le porte in faccia all’ex governatore, che poi avrebbe comunque portato voti a FI attraverso la candidatura di Massimo Dell’Utri sotto le insegne berlusconiane. Ma è lo stesso Tajani che, di fronte all’arresto di Michele Mancuso per un presunto caso di corruzione, aveva inneggiato al garantismo “fino al terzo grado di giustizia”. Qual è, quindi, il vero Tajani?

Anche le parole di Schifani, pronunciate alla festa di compleanno di Gianfranco Micciché, vanno lette in controluce: “Vogliono per forza Abbate in giunta, ma io resisto”, s’è lasciato scappare il presidente della Regione, come emerge dal racconto di Mario Barresi su La Sicilia. Ne ha ben donde. La presenza in giunta dell’ex sindaco di Modica – Comune sprofondato nel dissesto dopo il suo addio – sarebbe la più logica, oggi che è presidente della commissione Affari istituzionali dell’Ars, ma anche la più ingombrante.

Abbate, infatti, è coinvolto in due filoni d’indagine. Il primo riguarda la presunta truffa sugli indennizzi per la tromba d’aria che colpì Modica nel 2021: secondo gli accertamenti, sarebbero stati chiesti fondi anche per terreni non interessati dall’evento. Il secondo fronte riguarda la gestione dei buoni libro quando era sindaco: circa 472 mila euro di risorse regionali finite sotto la lente della Guardia di finanza, con una quota di oltre 148 mila euro che, secondo gli inquirenti, non sarebbe stata utilizzata per le finalità previste.

Abbate è un grande collettore di voti. Ha affidato la comunicazione a un gruppo editoriale spregiudicato, che ha molta confidenza con gli uffici della Regione, avendo incassato fior di quattrini per i propri servizi. E alla vigilia delle scorse Europee, nonostante il fastidio di Cuffaro, aveva fatto campagna elettorale per Tamajo. È anche il volto attorno al quale la Dc ha scelto di ricostruire la propria immagine dopo gli scandali del novembre scorso e l’allontanamento degli assessori senza macchia, Nuccia Albano e Andrea Messina. La cosa più logica da fare sarebbe richiamare al governo uno dei due, pesando bene le deleghe da assegnargli. Ma Schifani e il trio commissariale della Dc non hanno ancora rotto gli indugi: rimandano, rallentano, aspettano che passino le feste. O magari confidano in qualche distrazione degli alleati?

Per il clima che si respira nel centrodestra, c’è da scommettere che nessuno si distrarrà. Specie gli Autonomisti di Lombardo. Ma anche i Fratelli d’Italia sono apparsi da sempre molto cauti sul rientro degli ex cuffariani. “Dipende da chi deve entrare – ha detto qualche giorno fa il commissario meloniano Luca Sbardella – non potremo accettare personaggi esposti anche minimamente in vicende giudiziarie”. Un chiaro segnale a Schifani e ad Abbate.

La Dc ha sorvolato sull’approvazione delle variazioni di bilancio, ha alzato bandiera bianca, almeno per ora, sulla riforma della dirigenza impantanata in commissione, ha incassato il durissimo colpo del ddl sul terzo mandato dei sindaci. Ha sopportato l’onta della gestione Pantò alla Sas, divenuta tutt’a un tratto l’assumificio dei democristiani. Ha mandato giù tutta una serie di bocconi amari, sperando che qualcuno dei partiti del centrodestra lanciasse una scialuppa di salvataggio: sulla carta doveva essere l’Udc. “La strategia della Dc mira a consolidare il rapporto con il governo regionale di Renato Schifani, riaffermando la propria lealtà”, recita uno degli ultimi post della Balena bianca sui social. Da allora, il silenzio quasi tombale. La lealtà, forse, non è stata ricambiata.