La cinghia di trasmissione della politica siciliana è rotta da tempo. In parte per le leggi elettorali nazionali, che hanno tolto le preferenze, in seguito a causa dell’abolizione delle Province datata 2013. Queste ultime, tramite i consiglieri provinciali, cercavano di legare la politica dei partiti ai territori più vasti. Oggi è ognuno per sé e un dio minore, quello del cangiante consenso, per tutti.

In particolare modo, si assiste da diversi anni allo sganciamento tra deputati regionali e sindaci dei Comuni siciliani. Questo fenomeno è avvenuto a cominciare dal meccanismo dell’elezione diretta dei sindaci, iniziato a partire dal 1993. Il sindaco di una grande o piccola città è ormai un personaggio autonomo rispetto ai partiti, decide e porta, soprattutto, su di sé la croce dell’amministrazione, a cui nessun deputato regionale può portare sollievo come un Simone di Cirene durante la Via Crucis.

I deputati regionali scansano il rapporto con i sindaci, in particolare quelli dotati di personalità politica, e si accontentano dei consiglieri comunali in ordine sparso, più facili da gestire e premiare a volte con un posto di assessore o uno stipendio da gabinettista in qualche assessorato regionale. Un consigliere può costare poco e porta pochi voti, ma sicuri, al deputato di turno, mentre un sindaco che chiede finanziamenti e interventi continui per la propria comunità è estremamente costoso in termini di impegno politico negli assessorati e nelle finanziarie regionali.

Frequentando gli assessorati della Regione per le esigenze delle proprie comunità, i primi cittadini potrebbero poi scoprire che il deputato che si è proposto di aiutarli non conta poi così tanto, di fatto è un peone politico. Una cosa è dare 10.000 euro in una legge mancia di bilancio per una sagra della “cacocciola”, messa in mano ad un consigliere di paese che si può “annacare” della marchetta ottenuta con i propri sostenitori, altra è rifare l’acquedotto comunale o una strada di collegamento.

E poi il sindaco di una cittadina, con la sua autonomia e il suo potere contrattuale politico, può decidere di non schierarsi all’ultimo momento col deputato quando a questo serve, nella tregenda delle elezioni regionali. Non solo: costoro, i sindaci, possono facilmente trasformarsi in concorrenti, e candidarsi loro.

Sarà un caso, ma questo scollamento con il territorio ha fatto sì che il fondo delle Autonomie locali del bilancio della Regione sia precipitato da 1 miliardo circa a soli 300 milioni. In poche parole, da lustri il Palazzo dei Normanni ha definanziato i Comuni, portandoli al dissesto, come quasi una punizione di lesa maestà. Un sindaco senza soldi è meno autonomo, e si deve “calare le corna” davanti ai signorotti dell’Assemblea Regionale, i nuovi baroni del tarì, ma senza feudo.

Questa contrapposizione tra territori e Palazzo crea le condizioni di un civismo di alternativa o sopravvivenza. A parte Palermo e Catania, dove i partiti nazionali ancora reggono, a malapena, nel resto dell’Isola vince il civismo sganciato da formule politiche, testimoniato dai sindaci autoportanti.

Questa dicotomia è destinata a durare, fino a quando le autonomie locali non si coalizzeranno. A quel punto l’Assemblea regionale sarà loro, diventando un consorzio territoriale. E forse allora si parlerà di acqua, di anziani, di aree artigianali, di strade e di scuole, e non più solo di precari e marchette, mance e prebende da corte spagnola. Perché i sindaci rispondono, nel bene o nel male, alle loro comunità, e queste osservano e non perdonano promesse non mantenute.