Cateno De Luca non deve più convincere nessuno di essere indispensabile. Lo è, sa di esserlo: «Sono il centrodestra e il centrosinistra che hanno bisogno di me, di noi di Sud chiama Nord, se vogliono vincere». Quella scattata nell’intervista di ieri a Live Sicilia è la fotografia più brutale della politica siciliana: due coalizioni larghe, stanche, incapaci di bastare (e badare) a se stesse, e in mezzo lui. Il sindaco di Taormina, ex sindaco di Messina, leader di Sud chiama Nord, aspirante “sindaco di Sicilia”. O, più semplicemente, il kingmaker che tutti fingono di non voler cercare, salvo poi fare i conti con i suoi voti.
Nell’intervista, De Luca ha messo in fila il suo manifesto politico senza troppi ricami: «Chi si avvicina a noi vincerà le elezioni regionali, non mi devo mica spostare io». La Sicilia, in fondo, è già entrata nella stagione delle vacche grasse. E De Luca si comporta come chi sa di avere una merce rara: voti riconoscibili, una macchina territoriale (nel Messinese), un’identità personale più forte dei simboli.
Per questo alle Amministrative si muove senza imbarazzo da un campo all’altro. A Enna sostiene Mirello Crisafulli, vecchio ras della sinistra. Ad Agrigento appoggia Luigi Gentile, candidato sostenuto anche dalla Lega di Matteo Salvini, con il simbolo di Sud chiama Nord addirittura nello stesso cartello elettorale di Noi Moderati. A Ribera sta con Carmelo Pace, candidato della Dc. A Ispica fa asse con il Pd sulla candidatura di Paolo Monaca. De Luca sta misurando la propria capacità di incidere nei territori, comune per comune, dimostrando che il suo voto non è ideologico ma contrattuale.
Cateno usa destra e sinistra per certificare che nessuno può permettersi di ignorarlo. In una regione in cui le coalizioni si tengono insieme più per necessità che per visione, lui occupa lo spazio più comodo: quello dell’ago della bilancia. Non ha una coalizione autosufficiente, ma può rendere autosufficiente quella degli altri. I numeri, al netto della prudenza che accompagna ogni sondaggio, gli danno una base di legittimazione. Secondo la rilevazione Lab21 pubblicata qualche settimana fa da ‘La Sicilia’, Sud chiama Nord si muoverebbe attorno a un “centroide” dell’11,8 per cento, dentro una forbice fra il 9,2 e il 13,2. Tradotto: con De Luca il centrodestra dilagherebbe, con De Luca il fronte progressista potrebbe addirittura sorpassare.
Ed è proprio questo che “Scateno” prova a trasformare in potere negoziale. Nell’intervista lo dice anche a modo suo, quando parla dei progressisti: «Pure lì, c’è chi vuole governare e dunque ha bisogno di noi. C’è chi vuole vivacchiare con le battaglie dell’opposizione, senza prendersi responsabilità». Avs e Ismaele La Vardera, nel suo racconto, diventano il fronte del moralismo improduttivo, quelli che lo vedono «come la peste» o che, secondo lui, «non hanno dove andare». Ma il bersaglio principale resta Schifani, descritto come un corpo già logorato, prigioniero di cordate, cerchi magici e meccanismi deteriori. «Staccate la spina al fallimentare governo Schifani e potremo discutere, altrimenti no», dice al centrodestra.
De Luca non inventa il malessere, lo cavalca. Qui si vede il legame con un fenomeno più ampio. In Sicilia, infatti, il potere non passa più soltanto dai deputati regionali, ma dai sindaci. Da chi controlla un territorio, lo abita ogni giorno, inaugura opere, parla con gli elettori, costruisce consenso fuori dai partiti e poi lo rivende ai partiti. De Luca è l’esempio più estremo di questa trasformazione. Da sindaco di Messina ha costruito un movimento; con quel movimento ha eletto parlamentari; poi è diventato sindaco di Taormina; nel frattempo continua a esercitare un’influenza decisiva sul capoluogo peloritano attraverso Federico Basile. In sostanza, tra Messina e la sua città metropolitana, la sua ombra politica si allunga su un’area da centinaia di migliaia di abitanti.
De Luca ha solo portato questa logica alle estreme conseguenze, trasformando la fascia tricolore in un trampolino permanente verso Palazzo d’Orléans. Il paradosso è che, pur avendo perso una parte consistente del consenso del 2022, oggi può contare di più. Alle ultime Regionali era il candidato anti-sistema che correva per vincere o, almeno, per arrivare primo tra gli sconfitti. Adesso è qualcosa di diverso: un guascone che ha capito fin dove può spingersi da solo. «Rispetto al passato ho più esperienza, so che da solo anche io non vado da nessuna parte». Dietro la teatralità, c’è la consapevolezza che il tempo della corsa solitaria potrebbe non essere più quello giusto.
Da qui alle Regionali, dunque, De Luca farà esattamente questo: alzerà il prezzo. Dirà al centrodestra che Schifani è un problema. Dirà al centrosinistra che senza di lui resta condannato all’irrilevanza. Userà le Amministrative per dimostrare che Sud chiama Nord può spostare voti a Enna, Agrigento, Ribera, Ispica e altrove. Attaccherà tutti, parlerà con tutti, negherà di doversi collocare mentre tutti lo cercheranno. Non è detto che sarà lui a vincere. Ma potrebbe essere lui a decidere chi perde.



