Sono i comunisti a battere la sinistra, non la destra. La più sonora sconfitta al Pd alle elezioni di una settimana fa, infatti, l’ha assestata una coppia di solidi compagni della nomenclatura che fu: Vincenzo De Luca a Salerno e Vladimiro Crisafulli a Enna.

Due campioni del novecentesco PCI, don Vincenzo e Mirello, che hanno realizzato al meglio un campo largo a loro personale misura non senza umiliare il PD, privandosi scientemente del simbolo. “Ho fatto venire i vermi al mio partito” ha commentato a caldo Mirello la cui abilità elettorale non conosce limiti: “Vinco col maggioritario, col proporzionale e pure col sorteggio”.

E questi comunisti, insomma, hanno vinto alle amministrative dilagando in quell’elettorato di cui sanno – per ogni singola persona – vita, morte e miracoli. Per procurandogliene poi, di altri, di miracoli, laddove in Campania – per dirla con la gustosa sentenza di Giuliano Ferrara (altro straordinario figlio di quella storia) – De Luca è riuscito a fare “di quel cesso che era Salerno, una linda e preziosa Salisburgo”.

Miracoli su miracoli se anche Mirello, nella terra arsa di Kore – nella provincia siciliana un tempo amministrata da Verre di cui fa cronaca Cicerone – vi ha portato strade, ben due università, l’Outlet più grande di tutto il Mezzogiorno d’Italia, quello di Agira, e dunque PIL: il prodotto interno lordo nell’altrimenti abbandonato fanalino di coda dell’economia nazionale.

La vecchia talpa della storia comunista che ben scava si dirà, non la ZTL del ciripiripì altolocato appeso alla intersezionalità di Elly Schlein. Venerati e navigati esperti della lotta politica, De Luca e Crisafulli, sono viziosi di consenso – trasversale manco a dirlo – e forse viziosi e basta: “C’è chi è cocainomane”, ha detto di loro Massimo Cacciari, “e chi vuol fare il politico a vita”. Ma solo a loro, nel giro di una tornata – e senza estenuanti trattative con eventuali alleati – solo a loro che sono segno di contraddizione nella società, tocca in scioltezza di portarsi a casa l’asino con tutte le carrube.

Si usa di proposito la metafora agreste perché entrambi, forti di territorio e di esperienza, sono Kultur e non Zivilisation. Sono sinceramente popolo don Vincenzo e Mirello, fanno perfino comizi sudati e affollati e fanno proprio il nocciolo duro della realtà senza curarsi della svaporata chiacchiera politichese: “Il PD”, ruggisce De Luca, “è il partito dove fanno carriera solo gli imbecilli”.

Ed ecco l’asino, ecco le carrube allora. Dote, giacimento e bagaglio di due comunisti – teste di finissima intelligenza – il cui fiuto, operaio e contadino, ancora oggi celebra falce, martello e stella. La stella con cui si intende, noblesse oblige, la vittoria del proletariato – dunque la viva festa del territorio – pur nell’ovvia trasformazione post-moderna. Quel precariato, quella periferia e quella emergenza cui loro, i compagni Vincenzo e Mirello, sanno ancora onorare con la prassi politica, facendosi allegramente votare anche dai nostalgici di Giorgio Almirante.

Solo i comunisti come De Luca e Crisafulli possono infine arginare la protervia sociale della sinistra. La destra, infatti, tende sempre a scimmiottarne i tic, a farsi speculare e parodistica – ad assomigliare, insomma, alla caricatura che i radical le appiccicano – mentre il sano bolscevismo dell’apparato, immune di qualsivoglia complesso, stana l’infantilismo dei diritti civili, quello del bla-bla da birignao salottiero o, peggio, quello liberale e non indugia nell’antifascismo, anzi.

Memore della lezione di Palmiro Togliatti, altro che Antonio Gramsci, il comunista che sa custodire il proprio territorio, dismette ogni retorica “de sinistra”, studia i testi di Luciano Canfora, non certo i libri di Rosi Braidotti e se deve scegliere tra una chat Bella Ciao e un raduno degli Alpini va da questi ultimi, dove di certo si può trovare il compagno Marco Rizzo. Come mai e poi mai un compagno fedele alla linea s’aggrega alla mistica forcaiola e giustizialista – ma proprio mai – e infatti il direttore de L’Unità, Piero Sansonetti, è il campione del garantismo e non un giacobino manettaro.

Queste due squillanti vittorie, dunque, in quel di Salerno e in quel di Enna – punti geografici terragni e severi – al di là dei flussi e dei sociologismi che sono propri di una lettura superficiale, ci impongono una interpretazione anche ideologica. Tutti e due i protagonisti, figli di una stagione anche generosa d’emancipazione e di lotte nel Mezzogiorno, sono espressione del meglio del meglio dell’unica scuola di partito in grado di realizzare classe dirigente: il PCI che fu, e ciò si riscontra nelle poche persone che ne inverano la scaltra doppiezza, unico antidoto – ebbene sì – del borghesissimo trasformismo italiano.

Solo i comunisti sono segno e contraddizione nel mare grande delle asprezze dogmatiche. Ed è per questo che il PD, risultato di una fusione a freddo tra cattolici adulti e progressisti de-marxistizzati, è a loro indigesto. Non è territorio e neppure popolo, il Pd. È solo sinistra, e forse anche dall’approccio non intersezionale.

Ps ovviamente il discorso non vale per i comunisti emiliani; mai e poi mai farne dei leader ma solo e soltanto onesto funzionariato.