Non si sa se Mattarella, presente alla seconda inaugurazione del bel restauro del Castello Utveggio, avrà trovato il modo di parlare con Schifani della situazione idrica regionale. Un comitato spontaneo di cittadini di Trapani, infatti, gli ha scritto lamentando che, ancora dopo un anno dalla prima denuncia, la situazione è inaccettabile.

Non è una cosa nuova in Sicilia. L’acqua manca soprattutto perché se ne butta per strada la metà di quella immessa. Che non è molta, specie in alcune annate. E poi, una grande dispersione in invasi spesso mal tenuti o non collaudati dopo anni. Sicché si è costretti a svuotarli per ragioni di sicurezza, con l’inammissibile perdita di tanto bene prezioso.

Questa vergogna crea una condizione di malessere e di disagio in tante famiglie. Il Presidente della Repubblica, come si sa bene, non ha poteri se non di indirizzo e consiglio. Però gode della fiducia di gran parte dei cittadini che ne apprezzano lo stile riservato e la modestia e gentilezza del tratto.

Può certo richiamare gli amministratori alla solerte rimozione, per quanto possibile in tempi ristretti, delle cause di un malessere che viene da lontano. E che ha però effetti diretti sulla qualità attuale della vita. E forse incide anche sulla tendenza a disertare i seggi, insieme ad altre scellerate vicende della politica regionale.

Basta guardare ai dati delle elezioni amministrative e regionali per accorgersi che la soglia di sopportazione è stata superata. Non si crede più nella possibilità di modificare un corso di cose che appare ed è disastroso. Si imputa alla politica di non sapere o di non volere fare il proprio lavoro. Di non avere gli strumenti del mestiere. Quelli che Andreotti paragonava alla sapienza pratica dell’elettricista. E si potrebbe anche dire dell’idraulico.

L’ultimissima relazione della Corte dei conti nazionale, sezione Autonomie, sulla «gestione e contrasto del dissesto idrogeologico» conferma che non si può cercare un alibi nella scarsa piovosità. La diminuzione della piovosità, afferma giustamente la Corte, avrebbe richiesto un adeguato rafforzamento delle infrastrutture di accumulo e distribuzione dell’acqua.

Che non c’è stato se, a distanza di venti anni, i problemi segnalati restano ancora irrisolti, «a testimonianza di una persistente debolezza dell’azione amministrativa». Già, è proprio questo il punto. Che la politica non vuole o non sa vedere.

Non c’è vera politica senza amministrazione. E non c’è amministrazione, cioè cura e difesa dell’interesse pubblico, ove prevalga l’intrusione continua di politici di mezza tacca sulle decisioni. Comprese in primo luogo quelle che riguardano la provvista e la promozione del personale. In nome di un malinteso primato, si interferisce, quasi sempre a tutela dei propri clienti, in spregio al merito e alle necessità del pubblico.

Una situazione che conta molto di più delle questioni di palazzo. E perfino della meritoria bonifica dei conti. Che i cittadini non vedono, mentre sentono caldo, soffrono per le interruzioni di corrente, sono senz’acqua e senza luce e vedono bruciare il verde prezioso. E soprattutto, pagano tanto di più benzina e gasolio.

Ora si propone di tagliare ancora le accise, usando il surplus di entrate per abbassare il prezzo che ha superato i due euro al litro. L’assessore al ramo annuncia finanziamenti. Un primo passo per colmare un ritardo enorme, in verità non solo siciliano.

Per un Paese che ha superato i tremila miliardi di debito pubblico, rinunciare ad entrate è un azzardo. Forse inevitabile, ma che dimostra come la cattiva gestione quotidiana, trascinata per anni, si paghi poi all’improvviso e tutta intera.