Era mio padre. Il gioco della memoria nel libro di Sottile
Vivir para contarla, avrebbe detto Gabriel García Marquez, che qualcosa dice, in realtà, nella prima pagina del romanzo di Giuseppe Sottile. Romanzo, si fa per dire. Palermo di chitarra e coltello, edito da Einaudi, sfugge alle categorie. È semmai una goduria, una bancarella di leccornie stellate, una rassegna di storie e di storia, un libro che profuma di gelsomino e di polvere da sparo, un cinema di poveri e picciotti, un racconto di luoghi sperduti baciati da Sinatra, Milton e Stendhal. E anche, se si vuole, un dialogo a distanza con quella letteratura sudamericana che parla già nell’incipit, anzi, persino prima, nel titolo ispirato a una frase di Borges nel prologo dell’Evaristo Carriego. Lo scrittore parlava della “sua” Palermo, quella incistata nella grande Buenos Aires, ma nelle ultime pagine tornerà..