Nei grandi comuni al voto, da Messina in giù, non c’è traccia del centrodestra. Schifani s’era smarcato alla vigilia della campagna elettorale per evitare di metterci la faccia (specie di fronte a una possibile sconfitta), ma quella che si profila – al netto del risultato dei ballottaggi, fra due settimane – è una clamorosa battuta d’arresto, uno scivolone che rischia di risultare fatale per una coalizione ormai sfilacciata: che perde a Messina, ma anche a Enna, Marsala e perfino ad Agrigento. Cioè ovunque.
E’ veramente un brutto pomeriggio quello del centrodestra, anche se da più parti provano a nascondere la polvere sotto il tappeto, parlando di “risultato locale” (come fa di solito chi non riesce ad ammettere le sconfitte). A Messina non è bastata la visita di ministri e sottosegretari – e quella di Matilde Siracusano, designata vicesindaco – per dare slancio alla figura di Marcello Scurria, che nel febbraio ’25 Schifani aveva revocato da commissario del governo per il risanamento della baraccopoli. Un precedente che ha risvegliato (tardi) qualche coscienza: sarà davvero il candidato giusto? Da “Qui Marcello” a “Qui si perde” è un attimo. E così il centrodestra si è arreso per la terza volta di fila al partito di De Luca, con il quale bisognerà fare i conti in vista delle prossime regionali: certamente non ha la forza per vincere da solo, ma quella di far perdere sì, ce l’ha senz’altro.
L’apporto di Scateno è risultato utile per la vittoria di Carmelo Pace – indagato nell’inchiesta Cuffaro – a Ribera, mentre non ha mosso grandi sentimenti ad Agrigento nella battaglia di Luigi Gentile. Inserito già alla vigilia nella lista degli “impresentabili” da parte della Commissione nazionale antimafia, Gentile non ha saputo trarre beneficio dalle fanfaronate di Salvini e, anzi, ha contribuito a sfasciare il centrodestra. Nella città dei templi si materializza la vittoria (parziale) dell’ex 5 Stelle Michele Sodano. Il giovane candidato espressione del “campo largo” (scelto da Ismaele La Vardera) sfiora la vittoria al primo turno (raggiungendo il 39,9) e sottolinea le pecche di un gruppo dirigente che si è già ricoperto di ridicolo con la disastrosa esperienza di Agrigento Capitale della Cultura, una vetrina internazionale ridotta a un esempio di inefficienza. La mala figura arriva al termine di una campagna elettorale disastrosa, che solo il ballottaggio potrebbe salvare nell’epilogo.
Il centrodestra esce con le ossa rotte anche da Enna, dove Mirello Crisafulli – il Barone rosso – ha sfiorato il 65% in una lotta impari. Ezio De Rose, sostenuto da pezzi (non tutti) della coalizione, è stato distanziato di trenta punti. Non c’è stata partita. E alla vigilia, annusando la disfatta, alcuni esponenti di Lega, Mpa e Forza Italia avevano trovato riparo nelle liste del senatore, al quale il Pd non ha voluto neanche concedere il simbolo (“Meglio così – ha sentenziato il diretto interessato – Abbiamo preso più voti”). La sconfitta è cocente anche a Marsala, il quinto centro più popoloso della Sicilia, dove né il sindaco uscente Massimo Grillo, tanto meno l’ex presidente della provincia di Trapani Giulia Adamo (sostenuta da Lega, FdI e FI) sono riusciti nell’impresa (impossibile?). Quest’ultima si è fermata sotto il 20 per cento, mentre a palazzo di città arriva Andreana Patti, sostenuta dal centrosinistra e da liste civiche. Il centrodestra perde pure a Termini Imerese – con la Cinque Stelle Terranova al 70 per cento – mentre i due candidati di bandiera (Galifi per il Mpa e Cafisi per FdI) sono fuori dal ballottaggio a Ispica.
Le vittoria di Midili a Milazzo e il ballottaggio raggiunto da Castiglione a Bronte sono una foglia di fico. Mentre il resto – le liti, le spaccature, i tradimenti – rappresentano la cartina tornasole di un rapporto conflittuale che si allarga a macchia d’olio dall’Ars ai territori. Schifani, defilandosi, aveva chiesto ai suoi assessori di fare lo stesso, ma quelli non l’hanno ascoltato. Si sono buttati a capofitto in una campagna elettorale imbarazzante, sono comparsi sui palchi ma non hanno spostato un solo voto. Hanno dimostrato di abitare su un altro pianeta – quello dorato dei palazzi e dei privilegi, totalmente avulso dalla ‘questione morale’ – e di non conoscere affatto le dinamiche dei Comuni. In questo clima di perfetta anarchia, comincia alla Regione l’ultimo anno della legislatura. Anche se qualcuno, anche nel centrodestra, è pronto a giurare che l’agonia durerà meno del previsto: ottobre 2026 si avvicina.



