C’è una parte della politica siciliana che considera il futuro una minaccia. Lo annusa, lo teme, lo bolla quasi come un capriccio o una fuga in avanti. È la compagnia degli ultimi schifaniani: non necessariamente innamorati di Schifani, ma affezionati al mondo che egli garantisce, fatto di equilibri, rendite di posizione, assessorati, pacche sulle spalle e piccoli poteri di confine. Fuori, intanto, Forza Italia comincia a fare i conti con un rinnovamento non più rinviabile, sollecitato dalla famiglia Berlusconi e ormai entrato nei tavoli veri del partito. Dentro la Sicilia, invece, c’è ancora chi vorrebbe chiudere porte e finestre e spiegare che l’aria nuova fa male alla salute.
Il caso Giorgio Mulè, in questo senso, ha squarciato il velo delle ipocrisie, infranto il silenzio dei murati vivi dell’Ars, costretti a soggiacere per mesi (quasi tre anni ormai) a logiche di partito che – al contrario – hanno umiliato il partito nella considerazione e nella rappresentanza. Il vicepresidente della Camera ha appena portato a casa un risultato che sembra piccolo solo a chi misura la politica con i sottogoverni: l’arrivo in Sicilia dell’Ecce Homo di Antonello da Messina e l’apertura del Prado al prestito della Pietà. Non si tratta della solita mancetta territoriale o dell’ennesimo evento appaltato al pagnottista di turno. Ma è un’idea di Sicilia che prova a esistere senza chiedere permesso al retrobottega. Mulè l’ha chiamata, sul piano politico, “risanamento etico” e “rinascimento politico”. Due formule ambiziose, forse perfino solenni. Ma almeno indicano una direzione.
Totò Cardinale, nell’intervista alla Sicilia, ha offerto invece il manifesto più nitido della resistenza. Davanti a una legislatura consumata da scossoni, inchieste e faide di maggioranza, la sua ricetta è un “patto di fine legislatura”, addirittura coinvolgendo le opposizioni, per spendere le risorse disponibili. Ma il punto politico arriva subito dopo, quando Cardinale spiega che Schifani “deve essere riconfermato” e liquida Mulè come un corpo estraneo, “fuori tempo e fuori luogo”. La sua candidatura, dice, destabilizza. Come se a destabilizzare il centrodestra non fossero stati gli scandali, i processi, i veleni interni, le sconfitte alle amministrative. No: il problema sarebbe Mulè che parla.
Da una parte chi propone di cambiare passo, dall’altra chi invita a non disturbare il conducente mentre il mezzo sbanda. L’ex ministro delle Comunicazioni non è solo. Con lui si muove l’area che nell’esecutivo trova rappresentanza in Edy Tamajo, uno dei simboli di una Forza Italia più muscolare che ideale, capace di raccogliere consenso grazie a un controllo capillare del territorio e un assessorato – le Attività produttive – che funge da leva (mentre Nicola D’Agostino ha dimostrato non solo a parole di aver imboccato un’altra strada).
Ma il partito degli ultimi schifaniani attraversa tutta la maggioranza. Nella Lega c’è l’universo di Luca Sammartino. Nino Germanà, segretario regionale, è arrivato a definire il governo Schifani il “migliore degli ultimi 50 anni”, formula impegnativa perfino per chi ha deciso di esagerare per mestiere. Poi però, quando si parla della privatizzazione dell’aeroporto di Catania e della Sac, lo stesso Germanà chiede di “accendere i riflettori” e denuncia il rischio di una “lunga manus” politica sulla gestione degli scali di Catania e Comiso. Dunque la Sicilia è governata benissimo, salvo quando compaiono interessi troppo grossi per essere lasciati agli altri.
Per restare dalla parte giusta della storia, insomma, non servirebbe capire dove sta andando la Sicilia. Ma basterebbe proteggere il fortino, invocare il garantismo a geometria variabile, difendere gli inquisiti quando servono alla maggioranza e scoprire la ‘questione morale’ quando un altro gruppo mette le mani sulla pratica sbagliata. Anche Fratelli d’Italia, che aveva spedito Luca Sbardella in Sicilia per bonificare le macerie lasciate dalla stagione precedente, sembra essersi adattato rapidamente al paesaggio. Dopo aver lasciato la Amata in giunta, nonostante il rinvio a giudizio per corruzione, ha trovato riparo nel baretto de ‘Il Sicilia’, per argomentare sul prossimo Direttore della Pianificazione strategica (ahi, queste poltrone!).
In questo quadro le parole di Nino Minardo, nuovo commissario di Forza Italia, suonano quasi come un incidente di sincerità. Ha parlato di scandali, malcostume politico e pretese da “signorotti medievali”. Ha detto che la politica deve tornare a essere “sobrietà, responsabilità e servizio”. Sono parole che incrociano quelle di Mulè più di quanto convenga ammettere. Entrambi dicono, in modi diversi, che Forza Italia non può presentarsi ai siciliani con la stessa faccia, gli stessi metodi e la stessa compagnia di giro. Entrambi sanno che il garantismo non può diventare l’alibi per lasciare tutto com’è.
Gli ultimi schifaniani, invece, fingono di non vedere il mondo fuori dal Palazzo. Lì fuori non c’è soltanto l’opposizione. C’è una rabbia che non passa più dai partiti tradizionali, una stanchezza che si rifugia nell’astensione, un fermento populista e post-populista che intercetta proprio il vuoto lasciato da questa politica (e si manifesta coi La Vardera e i Vannacci di turno). Dire ai giovani “restate in Sicilia” può essere persino giusto, se pronunciato da chi offre lavoro, servizi, mobilità, merito e una pubblica amministrazione capace di non umiliare chi vuole provarci. Detto da chi presiede un sistema ancora prigioniero di clientele, rendite e nomine, diventa però uno slogan stonato. Restate, sì. Ma a guardare chi? A servire quale futuro? A fare anticamera davanti a quale padreterno?
La verità è che Schifani è diventato il punto d’equilibrio di chi teme che un cambio di stagione possa travolgere consuetudini, filiere, promesse, protezioni. Per questo la sua ricandidatura viene presentata come un fatto naturale, quasi amministrativo.
Mulè può anche non diventare candidato. La decisione, come ricorda Cardinale, sarà presa a Roma. Ma il punto ormai è un altro: la sua intraprendenza ha mostrato che un’alternativa di linguaggio esiste. Ha ricordato a Forza Italia che la Sicilia non può essere soltanto un bacino elettorale da presidiare, ma può tornare a essere un progetto. Ha messo davanti agli occhi del centrodestra una domanda semplice: volete davvero cambiare, o volete solo sopravvivere fino al prossimo giro? Gli ultimi schifaniani hanno già risposto: vogliono sopravvivere.


