Il centrodestra è una polveriera. L’ultimo capitolo della saga – la battaglia fra Democrazia Cristiana e Movimento per l’Autonomia – è la prova provata che non esiste una coalizione a sostegno di Schifani, ma un coacervo rissoso di interessi tenuti insieme con lo sputo. La dimostrazione è arrivata l’altra sera, con la nomina del nuovo direttore del Cefpas: Sabrina Cillia.

Un profilo che ha fatto esplodere la protesta dei pacatissimi democristiani, che dopo l’addio di Cuffaro – e pur di restare attaccati alla poltrona – avevano accettato il declassamento in giunta (da due a un assessore) senza fiatare. In questo perfetto incastro di giochi di potere, entra anche la Lega, che con la Dc farà asse in vista del prossimo appuntamento elettorale, e che con la superbia di chi si crede invincibile ha acconsentito che Leonardo Burgio, figlio dell’ex assessore Daniela Faraoni, diventasse sindaco di Serradifalco per la terza volta di fila. Contra legem.

In attesa della chiusura estiva dell’Ars, senza una sola riforma approvata (e anzi, con quattro impugnative freschissime da parte del Consiglio dei ministri), Schifani ha esultato per aver esitato in giunta la manovrina di fine estate, senza rendersi conto fino in fondo – forse – che quello sarà davvero il detonatore di un’esperienza fallimentare. Non bastano i 221 milioni appostati dal governo: quella cifra, a settembre, verrà “arricchita” dagli emendamenti di natura parlamentare e soprattutto dai 50 milioni destinati alle mance. Boom.

Con questo clima non sarà per nulla scontato arrivare al disco verde. Nella coalizione di governo, infatti, esiste una palese contrapposizione tra il Mpa di Raffaele Lombardo e l’asse tra Lega e Dc. La scintilla più recente è appunto il Cefpas. Il governo ha designato Sabrina Cillia alla guida del Centro di formazione di Caltanissetta, travolto nei mesi scorsi da un’inchiesta che ha portato all’arresto di un esponente di Forza Italia (Gallo Afflitto) e all’interdizione dell’ex direttore Sanfilippo, suo “burattino”, dai pubblici uffici. La nomina, per diventare operativa, dovrà ottenere l’assenso della commissione Affari istituzionali dell’Ars. E a presiederla è Ignazio Abbate, uno dei due democristiani che hanno aperto il fuoco assieme al capogruppo Carmelo Pace.

I due hanno parlato di “chiaro ricatto politico” del Mpa, accusato di “passare all’incasso con disinvoltura sulla testa della coalizione”, e hanno evocato una “direzione di non ritorno”. Nel merito, hanno richiamato contestazioni che – sostengono – avrebbero condotto alle dimissioni di Cillia quand’era, nel 2024, direttore amministrativo dell’Asp di Enna. Il Mpa ha replicato senza abbassare i toni, liquidando Pace e Abbate e difendendo la dirigente per competenza e trasparenza.

Si può discutere del curriculum, e delle ragioni dell’una o dell’altra parte. Ma il dato politico è più semplice di così: una maggioranza che da mesi non riesce a produrre una riforma e che ha davanti emergenze enormi – sanità, rifiuti, acqua, agricoltura – scopre il punto di rottura sulla spartizione di una nomina.

Del resto la guerra fra autonomisti e Lega – federata con la Dc per le prossime Regionali – era già scoppiata sul comune nisseno di Serradifalco. Lombardo aveva portato il caso di Leonardo Burgio al tavolo della maggioranza, chiedendo di impedire quella che definiva una violazione della legge regionale sul limite dei mandati. Burgio, commissario provinciale della Lega, si era candidato lo stesso, era stato rieletto senza avversari e aveva rivendicato la legittimità della scelta richiamandosi a una sentenza della Corte costituzionale. La Regione ha poi avviato il procedimento per la rimozione, ma prima di procedere per decreto (di Schifani) attende di leggere le memorie del figlio d’arte.

In quel caso la Lega si è stretta attorno al suo sindaco, mentre il Mpa ha trasformato Serradifalco in una questione di agibilità politica. Oggi le parti si rovesciano: sono i lombardiani a incassare una nomina e i democristiani, alleati dei leghisti, a denunciare metodi inaccettabili e ricatti.

La manovrina, già rinviata a settembre per “impraticabilità di campo”, rischia adesso di offrire un campo di battaglia molto più vasto. Il disegno di legge “Coesione e crescita”, esitato in giunta giovedì, vale 221 milioni: 27 complessivi fra mutui agevolati agli under 35, caro-mutui sulla prima casa e credito al consumo; 14 per imprese e commercio; 18 destinati alla sanità, fra tariffe della specialistica e prestazioni aggiuntive contro le liste d’attesa; quasi 27 per l’edilizia sanitaria, compresi il nuovo ospedale di Gela, il Policlinico di Palermo e quello di Siracusa.

Ci sono poi 8 milioni contro il caro-affitti, 6,5 per il caro-voli, fondi per autostrade, dighe e fiumi, 20 milioni aggiuntivi ai Comuni, 10 milioni all’anno per il salario accessorio dei regionali, 18 milioni per la progettazione della rete impiantistica dei rifiuti, 10 milioni per mense e manutenzioni scolastiche e 10 per la disabilità. Proprio qui la Dc ha piantato un altro paletto (un altro). Pace e Abbate, infatti, giudicano insufficienti i dieci milioni per la disabilità e accusano il governo di aver dimenticato sia le spese obbligatorie del settore sia la crisi della granicoltura. Sostengono che siano stati privilegiati capitoli “sponsorizzati da qualche assessore” e chiedono la convocazione “indifferibile” del tavolo del centrodestra.

Un tavolo dove dovrebbero ritrovarsi anche Nino Minardo e Luca Sbardella, commissari di Forza Italia e Fratelli d’Italia, che fin qui si sono distinti soprattutto per la capacità di rinviare le scelte. A settembre, quando la manovra arriverà all’Ars e ogni gruppo presenterà il conto, i 221 milioni del governo saranno soltanto la base. Intorno ci saranno emendamenti, richieste dei territori, compensazioni tra partiti e una cinquantina di milioni destinati alla consueta distribuzione delle mancette parlamentari. È lì che il banco può saltare in maniera definitiva.