La Sicilia si prepara a entrare per due anni nelle case degli italiani dalla porta principale della Rai. Monumenti, paesaggi, gastronomia: la Sicilia da cartolina. L’accordo tra Regione Siciliana e Rai Com per il biennio 2026-2027 vale oltre quattro milioni di euro, Iva compresa, e prevede una lunga sequenza di presenze televisive, radiofoniche e digitali, oltre ai due appuntamenti di fine anno de «L’Anno che verrà». Il presidente Renato Schifani lo ha presentato lo scorso aprile come un vero e proprio «biglietto da visita» rivolto a milioni di spettatori, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare l’immagine della Sicilia, il turismo e l’economia.

Benissimo. La Sicilia ha bisogno di promozione turistica e nessuno, naturalmente, può avere qualcosa da obiettare contro l’idea di mostrare le sue bellezze. C’è però una prima domanda che sarebbe bene non lasciare fuori dall’inquadratura: quanto turismo in più produrrà questa campagna? Perché tra audience e turisti c’è una differenza non proprio trascurabile. Un conto è sapere quanti milioni di persone avranno visto Palermo, la Valle dei Templi o Taormina in televisione, un altro è dimostrare che quelle immagini avranno prodotto maggiori arrivi, nuovi collegamenti o — forse quello che interessa di più ai siciliani — più posti di lavoro.

La prima cosa si misura con l’Auditel. La seconda richiede qualcosa di un po’ più complicato. Sarebbe interessante sapere oggi quali obiettivi quantitativi la Regione si sia data e, soprattutto, come intenda misurare il risultato quando il sipario sarà calato. Quanti turisti in più? Da quali mercati? Quale parte dell’eventuale incremento sarà realmente attribuibile alla campagna Rai? Perché, altrimenti, il rischio è che il successo della campagna coincida semplicemente con il successo della campagna.

E qui arriva una seconda questione. Una comunicazione istituzionale così pervasiva è certamente promozione turistica, ma è anche, inevitabilmente, una straordinaria macchina di costruzione dell’immagine della Sicilia amministrata dal governo in carica e un’occasione di visibilità per «quelli dello stesso giro». Questo non significa sostenere che ogni servizio televisivo sia propaganda elettorale. Significa riconoscere che una Regione che paga per essere raccontata sui mezzi di comunicazione dispone di una vetrina formidabile per mettere in scena la parte più luminosa della propria realtà.

Per inciso, gran parte delle belle cose che vedremo sono il lascito di civiltà del passato remoto o bellezze naturali che — semmai — le ultime generazioni hanno provato a distruggere. Insomma, niente di cui noi contemporanei possiamo vantarci come merito nostro. E mentre sugli schermi scorreranno le immagini delle «meravigghie», fuori campo rimarranno inevitabilmente le infrastrutture al palo, i servizi che arrancano, le emergenze ambientali, i problemi della sanità, dei trasporti… Elenco lungo. Una comunicazione molto, troppo rassicurante. Non voglio pensare male, davvero. È che siamo in stagione preelettorale, in Sicilia come a Palermo, e si sa: in certi periodi anche una cartolina può diventare improvvisamente molto, molto interessante.

Palermo, poi, giusto quest’anno raddoppia: a «L’Anno che verrà» del 31 dicembre si aggiunge un altro, inatteso regalo. Dentro questo gigantesco progetto di promozione si è deciso di inserire Palermo nella serie «Stanotte a…» di Alberto Angela. Una precisazione è necessaria: Alberto Angela c’entra poco o nulla con le perplessità che questa scelta può suscitare. Anzi. È difficile non riconoscergli una qualità televisiva e divulgativa che, nel panorama italiano, rappresenta un valore innegabile: capacità narrativa, competenza, rispetto per il patrimonio culturale e, soprattutto, il talento non scontato di riuscire a rendere popolare la storia senza banalizzarla.

«Stanotte a…» è un modo affascinante di raccontare luoghi, arte e storia, sfruttando anche la dimensione notturna per restituire ai monumenti un’atmosfera diversa. Piaccia o non piaccia, funziona. Per questo sarebbe francamente ingeneroso trasformare Alberto Angela nel bersaglio della discussione. E mi dispiace pure «metterlo in mezzo», io che sono una sua estimatrice. La questione è perché la Regione abbia scelto di rimodulare l’accordo Rai per questa specifica operazione e, soprattutto, cosa abbia deciso di sacrificare per finanziarla.

Intanto, la domanda viene spontanea: perché ancora quella Palermo? Quella, da format, del centro storico, dei monumenti, dei palazzi, delle chiese. Tutto bellissimo, naturalmente, e certamente meritevole di essere raccontato anche di notte. Ma Palermo è molto altro, e altrove. Sarebbe così scandaloso chiedere ad Alberto Angela di fare il «giro largo»? Di uscire dal perimetro rassicurante delle immagini già viste? Di raccontare una Palermo meno monumentale e più contemporanea? Le periferie, il mare com’era e come non è, i quartieri che convivono con un patrimonio straordinario ma anche con problemi enormi, le nuove energie culturali, i giovani, le contraddizioni di una città che non è soltanto street food, palazzi nobiliari e circoletti «bbene» mondellocentrici? Se l’obiettivo è promuovere la Sicilia reale, non soltanto quella fotogenica, forse sarebbe utile ricordarsi che anche ciò che non è cartolina può diventare racconto.

Il conto, e non il «cunto», però, è la parte più interessante: eccoci alla questione che, dal mio minimo e sicuramente trascurabile punto di vista, merita maggiore attenzione. Per inserire la puntata di Alberto Angela sono stati rimodulati 80 mila euro più Iva già previsti nell’accordo. Non è dunque un aumento del costo complessivo della convenzione. È già una buona notizia, considerato che quattro milioni non sono bruscolini e che le casse della Regione Siciliana non sono esattamente floride.

Non è mia intenzione parlare di una Regione che «taglia tutto», ma di un’amministrazione costretta ogni giorno a scegliere dove mettere i soldi pubblici — e che, tra queste scelte, trova comunque 80 mila euro per illuminare ancora una volta, con Alberto Angela, la parte più scintillante della Sicilia. Tornando all’accordo con Rai Com, quegli 80 mila euro da qualche parte dovevano pur venire. Sono stati trovati cancellando «Rai Porte Aperte», per 50 mila euro, e riducendo di 15 mila euro un intervento dei dodici previsti su UnoMattina e di altri 15 mila euro tre interventi radiofonici. Totale: 80 mila euro. Contabilità perfetta. Ma la politica non è soltanto contabilità.

Perché «Rai Porte Aperte» era l’unica iniziativa del pacchetto specificamente rivolta agli studenti: un progetto attraverso il quale i ragazzi potevano entrare negli spazi della Rai, conoscere dall’interno il mondo della televisione e avvicinarsi ai mestieri dell’informazione e della comunicazione. E allora la domanda diventa inevitabile: davvero non c’era altro da raschiare? Su oltre quattro milioni di euro di convenzione, proprio dai giovani bisognava andare a prendere i 50 mila euro necessari per finanziare la nuova vetrina?

La Regione parla continuamente di giovani, di formazione, di futuro, di opportunità. Li convoca ai convegni, li mette nelle fotografie, li chiama il futuro della Sicilia. Poi, quando bisogna trovare una somma relativamente piccola per aggiungere un altro grande nome all’esibizione televisiva, la prima porta che si chiude è quella davanti alla quale ci sono gli studenti. Una curiosa coincidenza: la Sicilia entra dalla porta principale della Rai; i ragazzi, invece, escono dalla porta di servizio. Insomma, per raccontare ai giovani che il futuro è loro, bisogna prima togliere loro l’occasione di vedere da vicino come funziona una delle più importanti aziende culturali e giornalistiche del Paese.

Alberto Angela entrerà negli schermi di milioni di italiani. I ragazzi delle scuole, invece, non entreranno negli studi Rai. È una scelta legittima? Certamente. È una scelta amministrativamente possibile? Evidentemente sì. Ma è una scelta che merita di essere spiegata politicamente. Perché, se la Regione ritiene che una puntata televisiva valga più di un programma destinato agli studenti, sarebbe interessante che lo dicesse con chiarezza. Si potrebbe sostenere che questo investimento garantisce una platea incomparabilmente maggiore e quindi un ritorno promozionale superiore: almeno avremmo una discussione trasparente. Il punto è capire quale idea di investimento pubblico ci sia dietro queste scelte.

Una puntata televisiva dura una sera. Una visita di uno studente dentro una redazione può durare molto meno, ma lasciare una traccia molto più lunga: può accendere una curiosità, far nascere una vocazione, mostrare che dietro una telecamera, un microfono, una redazione, un montaggio esistono professioni e possibilità. E non lo dico per sentito dire: due anni fa ho accompagnato i miei studenti in visita alla sede Rai di Palermo, e me li ricordo ancora i loro sguardi accesi.

La vera scommessa sarebbe allora non soltanto riuscire a far venire più turisti, ma fare in modo che i siciliani, soprattutto quelli più giovani, abbiano qualche ragione in più per restare. Perché le cartoline fanno viaggiare gli occhi; le opportunità, invece, fanno vivere e viaggiare le persone. E se per illuminare ancora una volta i monumenti di Palermo bisogna lasciare al buio l’unico progetto destinato ai ragazzi dentro un accordo da oltre quattro milioni di euro, forse la domanda più importante non riguarda quanto sarà bella quella notte. Riguarda chi, quella notte, resterà fuori dalla porta.