Meloni potrebbe chiedere a Schifani come si fa: a governare senza una maggioranza, e dopo che platealmente quelli della tua coalizione – assieme alle opposizioni – decidono di mandare segnali e affossare leggi: è successo sulle ex province, sulla “salva ineleggibili”, sui consorzi di bonifica, sull’acquisto del palazzo di via Cordova (sede della Corte dei Conti), sui laghetti artificiali di Sammartino. Il programma di una legislatura è deflagrato sotto i colpi dei franchi tiratori, eppure Schifani è sempre rimasto in piedi, ci ha fatto l’abitudine con la “palude”. Quella che Meloni non tollera.

Lo schiaffo subito l’altra sera alla Camera, dopo la sconfitta al referendum, avrebbe fatto recedere chiunque. Non lei. Anche se il segnale è forte, stordente e potrebbe provocare effetti a stretto giro. “Ci abbiamo provato” ma “ha vinto di nuovo la palude”, è stato il commento amaro della presidente del Consiglio. Che, evidentemente estasiata da un consenso bulgaro e da una opposizione inconcludente, non credeva di poter cedere a un gruppetto di “traditori”. Ma è così che funziona in democrazia, e in Sicilia. Sbardella, il commissario regionale di FdI, avrebbe potuto prepararla allo scenario peggiore: da quando ha preso in mano le redini del partito nell’Isola ne ha viste di cotte e di crude. E non solo il presidente della Regione è rimasto aggrappato alla poltrona, ma ha perso anche la voglia di lamentarsi.

Per un attimo, d’accordo con Galvagno, aveva imbastito una proposta di modifica del regolamento dell’Ars che prevedesse l’abolizione del voto segreto (sulla falsariga di quanto accade al Senato) se non in presenza di motivi etici. Ma la bozza è finita fuori dall’agenda politica: quella legge, paradossalmente, si sarebbe potuta bocciare col voto segreto. E quindi, alt. Fermi tutti. Ma il paradosso sta pure in questa esausta presa d’atto di Meloni, che dopo tanti anni all’opposizione e quasi quattro al governo, non era ancora pronta (forse) a subire ricattucci e ritorsioni di tale natura. Per questo alla vigilia aveva cercato di scongiurarli, chiedendo una votazione alla luce del sole. Figurarsi se la sinistra, al primo squillo, glielo avrebbe concesso…

E così è stato un patatrac, nonostante i tentativi estremi di La Russa: “Nel bicameralismo esiste la concreta possibilità di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera – ha detto il presidente di Palazzo Madama -. Ovviamente con un voto favorevole che per il regolamento del Senato non consente sul punto il voto segreto e rende perciò palesi gli intendimenti dei singoli senatori”. Il punto, però, non è più il singolo emendamento, ma la capacità di turarsi naso e orecchie e provare ad andare avanti senza troppi piagnistei. Anche La Russa, principale sponsor di Schifani per Palazzo d’Orleans, potrebbe convincere Meloni a resistere. Potrebbe consigliarle di non scandalizzarsi di fronte a una maggioranza persa per strada. Basterebbe guardare cosa accade in Sicilia da quattro anni (citiamo solo i casi più eclatanti).

Il 31 gennaio ’24 venne bocciato l’articolo 1 della cosiddetta “salva ineleggibili”: trenta voti a favore e trentaquattro contro, nonostante i vertici di Fratelli d’Italia avessero provato a serrare le file, allo scopo di salvare dalla decadenza alcuni dei loro eletti. Una settimana dopo, il 7 febbraio, finì ancora peggio la riforma per reintrodurre l’elezione diretta dei presidenti e dei consigli delle ex Province. L’articolo 1, che conteneva l’impianto essenziale del disegno di legge, fu affossato con quaranta voti contrari e venticinque favorevoli.

Nel 2025 la ribellione anonima smise definitivamente di essere un’eccezione. Il 22 luglio venne soppresso l’articolo 3 della riforma dei Consorzi di bonifica, quello che prevedeva la liquidazione dei tredici enti esistenti e la nascita di quattro nuovi organismi. Trentuno voti contro il governo, ventisei a difesa della norma. Un altro progetto qualificante finito nel nulla. Poche settimane dopo, durante la manovra estiva, arrivò una raffica. Cadde il fondo regionale per l’informazione e l’editoria. Furono cancellati i finanziamenti per i laghetti artificiali destinati alle aziende agricole, norma riconducibile all’ex assessore Luca Sammartino. Infine venne eliminato l’acquisto del palazzo di via Cordova, sede della Corte dei conti. Su quest’ultima disposizione il governo si era rimesso all’Aula, ma il risultato politico non cambiava: il centrodestra non riusciva più a garantire l’approvazione neppure delle norme inserite nei propri provvedimenti.

Il punto più basso arrivò il 9 ottobre, con nove sconfitte a scrutinio segreto nella stessa giornata e una ventina di articoli della manovra quater cancellati o accantonati. Finirono sotto il fuoco amico misure sulla contabilità degli enti, sulla digitalizzazione, sul cinema, sull’agricoltura, sull’occupazione e sull’editoria. Pezzi della maggioranza abbandonarono l’Aula, protestarono, tornarono e ricominciarono a votare. Sul banco degli imputati finirono ancora i patrioti (che reclamavano la testa di Iacolino, ex direttore della Pianificazione strategica).  Nel febbraio scorso una norma sulla digitalizzazione degli archivi comunali raccolse un solo voto favorevole e trentatré contrari.

Non tutte queste sconfitte hanno lo stesso peso. Ma è chiaro che Schifani non dispone di un gruppo compatto, non può conoscere in anticipo l’esito delle votazioni e sa che ogni provvedimento può essere utilizzato per regolare conti che con quel provvedimento non c’entrano nulla. L’unica contromisura è la paralisi, o la palude (per citare Meloni)… Eppure il sistema ha retto. Perché perdere un articolo non comporta le dimissioni del presidente e perché una vera sfiducia avrebbe una conseguenza assai meno attraente per i parlamentari: la fine anticipata della legislatura e il ritorno alle urne per tutti. I franchi tiratori possono colpire Schifani, umiliarlo e costringerlo a riscrivere le leggi. Ma, almeno finora, si sono fermati prima di mandarlo a casa assieme a loro. Giorgia, ma davvero ti scandalizzi?