Alla luce dell’audizione di ieri in Antimafia del magistrato Nino Di Matteo, alcuni commissari insistono per la convocazione del guardasigilli Bonafede, il quale, intervenendo più di un mese fa alla Camera aveva detto: “Si continuano a cercare possibili condizionamenti evocando, in modo più o meno diretto, i vari livelli istituzionali. Una volta per tutte: non vi fu alcuna interferenza, diretta o indiretta, nella nomina del capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Punto!”. Il casus belli è stato sollevato da una telefonata di Di Matteo durante una trasmissione di Giletti, qualche settimana fa. Ieri Di Matteo ha confermato alla commissione che Di Maio gli propose, in due separati momenti, di fare il Ministro della Giustizia e il Ministro dell’Interno, prima però delle elezioni Politiche 2018. Poi quelle caselle furono riempite da Bonafede e Salvini: “Successivamente – ha detto Di Matteo – io non ho mai chiesto perché non mi avessero cercato più perché io non ho mai chiesto niente a nessuno. Nel momento in cui vengo chiamato dal ministro Bonafede, però, io immagino che il ministro sappia che mi era stato proposto di fare una cosa da fare accaponare la pelle, cioè il ministro dell’Interno. Ecco perché poi quando mi si dice al mancato gradimento o al diniego, io non posso aver frainteso come qualcuno lascia intendere”.